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Ciampi scrive al Csm sulla lentezza dell'organo ed i consiglieri si preoccupano di stilare proclami di Davide Giacalone
Al Consiglio Superiore della Magistratura siedono dei veri esperti, non solo in diritto, anche in comunicazione. Succede, difatti, che martedì il Capo dello Stato convoca il vicepresidente del Csm, e gli rende noto che si accinge ad inviare una lettera a tutti i consiglieri, ove, con scrupolo e precisione, si contesta all'organo di autogoverno della magistratura l'intollerabile lentezza con la quale procede nell'adempiere ai propri doveri, ad esempio perdendo anni nell'effettuare nomine di procuratori, presidenti di sezione e di tribunale, che, invece, hanno tutte le caratteristiche dell'urgenza.
La lentezza del Csm non dipende da pigrizia, bensì dal fatto che quell'organismo, di rilievo costituzionale, è divenuto un parlamentino ove siedono i rappresentanti della magistratura associata, vale a dire delle correnti politiche che dividono le toghe, eletti dalle stesse toghe (quindi privi di mandato popolare), ai quali si aggiungono i rappresentanti propriamente politici, detti laici, eletti dal Parlamento. Il varo delle nomine, compito istituzionale del Csm, è, ogni volta, la palestra dei bilancini e degli equilibrismi, dei veti e dei favoritismi, in un moto perpetuo dell'autopromozione correntizia che costò la carriera a Giovanni Falcone, ma spiana la via ai ben ammanicati. Datosi che i parti sono travagliati, richiedono il loro tempo, di mesi, di anni. Nel frattempo la giustizia aspetta.
Al Csm, quindi, ben sapevano dell'iniziativa di Ciampi ed allora, con un colpo comunicativo degno di un ben collaudato ufficio elettorale, ieri hanno stilato il loro alato pronunciamento, utile a cambiare il titolo delle prime pagine: la proposta di legge Cirelli, meglio nota come salva-Previti, è un pericolo per la Repubblica, che la si fermi. Nobile e coraggioso gesto, celebrato oggi dai lecca lecca in versione stampata. Peccato solo che tale pronunciamento non rientra manco per niente fra i compiti del Csm, che quando si tratta di strafare è velocissimo.
Nel merito. Su quella proposta ho già scritto, sostenendo che non pone rimedio ad un bel niente e, anzi, alimenta lo scontro sul terreno dell'inutilità. Ripetuto questo, capiamoci: oggi un reato punibile fino a dieci anni di reclusione deve essere giudicato entro quindici anni; domani, ove questa legge sia approvata, nel caso d'incensurati, dovrà essere giudicato entro dodici anni e mezzo. Lo scandalo non sono i due anni e mezzo tolti, ma i dodici che rimangono.
24 febbraio 2005

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