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Ricordatevelo: innocenti fino a sentenza definitiva di Davide Giacalone
Ancora una volta i nostri dubbi, le nostre critiche, i nostri timori, trovano puntuale conferma nella cronaca. Chi non ricorda la storia di Ezio Capizzano, il professore dell'Università di Cassino che aveva trasformato la sua stanza in un'alcova? Fu accusato delle peggiori nefandezze, per una stagione occupò le cronache. Adesso è stato assolto, e da questa vicenda traiamo due insegnamenti.
Il primo consiste nel non considerare mai le sentenze come dei giudizi morali. Né in senso negativo, quando ci sono delle condanne, né in senso positivo, quando arrivano le assoluzioni. Il professore aveva avuto rapporti sessuali con alcune studentesse, e, cosa di assai dubbio gusto, aveva ripreso segretamente le performances. Quel che la sentenza ha stabilito è che non sono stati commessi reati, che il professore non è un criminale. Punto e basta, il resto non compete alla giustizia. Ringraziando il cielo.
Il secondo riguarda la nefanda interazione fra giornalismo e giustizia lenta. Non se ne condanneranno mai abbastanza le degenerazioni. Ma come, siamo in un Paese ove è necessario firmare una pila di moduli per autorizzare la banca o la compagnia telefonica al trattamento dei dati personali e, poi, basta essere indagati perché la propria faccia (nel caso di Capizzano non solo quella), il proprio nome ed indirizzo finiscono in prima pagina. Ma che senso ha? Quand'è che il giornalismo italiano si deciderà a fare un salto di civiltà, ed a rispettare i diritti dei cittadini indagati? Cittadini che, per obbligo costituzionale, dobbiamo considerare innocenti fino a quando non vi sia una sentenza definitiva che affermi il contrario.
(08/06/04)

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