La bancarotta della giustizia

Calisto Tanzi ha smesso di essere un detenuto in custodia cautelare - era stato arrestato il 27 dicembre dell'anno scorso - dopo ben 105 giorni di carcere e 170 di arresti domiciliari. 275 giorni di detenzione inflitti ad un uomo che tutti noi abbiamo il dovere di considerare innocente, perché ce lo impone la nostra Costituzione. Del processo, invece, non si scorge non la fine, ma l'inizio. Difficile immaginare un più suggestivo ritratto della bancarotta della giustizia.

Ritenere quest'uomo colpevole o innocente è del tutto irrilevante, oltre che, come ho detto, illegittimo. Potrà farlo solo un processo, nei suoi tre gradi. Quel che è certo è che senza un processo, così com'è fino ad ora, nel caso Parmalat come nel caso Cirio, come in moltissimi altri casi, nessuna delle vittime, nessuno dei risparmiatori che hanno visto bruciare i propri risparmi, potrà avere giustizia. E non potendo avere giustizia non potranno neanche parlare del ruolo delle banche e degli intermediari finanziari, quindi non si potrà conoscere l'eventuale rete di complicità ed evidenziare le inefficienze dei controlli. Niente di tutto questo.

Dopo gli scandali si disse che era urgente una riforma dei controlli per garantire il risparmio dalle truffe (dalle truffe, non dal rischio). Ma il tempo passa, gli animi s'assopiscono e l'andazzo continua.

Rimane solo Calisto Tanzi, che dopo 275 giorni torna libero, può tornare a vedere i figli, mentre non ha mai smesso di essere un innocente. Un detenuto che non sconta alcuna pena, che non ha mai avuto una condanna, che non ha mai visto il suo giudice.

Intanto i magistrati minacciano di tornare allo sciopero se si porrà mano ad una riforma del pianeta giustizia, mentre il governo la promise già in campagna elettorale, ma, al momento, ha sospeso anche le riunioni delle commissioni incaricate della riforma dei codici.