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L'ottimismo nel 2001 ci costò carissimo, ora proviamo con il realismo
di Enrico Cisnetto
Persa l'occasione dell'11 settembre 2001, il governo non deve farsi sfuggire quella del 10 agosto 2004. Il parallelismo può non essere immediato, ma è reso possibile dalle considerazioni di diversi esponenti della maggioranza - il ministro Gianni Alemanno lo ha fatto in un convegno pubblico a Cortina due giorni fa - che individuano il peccato originale della politica economica del governo proprio nella decisione di non chiarire agli italiani che gli attentati alle Due Torri cambiavano in maniera drammatica il contesto dell'economia globale, rendendo velleitari i propositi di sviluppo promessi in campagna elettorale (va ricordato che anche l'ultimo Dpef del governo Amato prevedeva pil in crescita del 3% per gli anni successivi). Invece, la scelta di Tremonti e Berlusconi di rassicurare a tutti i costi avrebbe creato quel gap tra ottimismo delle previsioni e puntuale delusione dei risultati reali in cui progressivamente è affondata la politica economica e la coesione del centro-destra, fino a costare il posto all'ex ministro dell'Economia.
Se la ricostruzione è plausibile, allora va subito evitato il medesimo errore visto che tre giorni fa gli Stati Uniti sono stati di nuovo l'epicentro di due eventi destinati a sconvolgere il mercato globale: il prezzo del petrolio che ha superato i 45 dollari al barile al mercato di New York e la Federal Reserve che ha nuovamente alzato il costo del denaro, portandolo a quota 1,5%. Sono entrambi traguardi simbolici di trend di lungo periodo, ma che avranno effetti macroeconomici ben più intensi e duraturi del crollo delle Twin Towers. Il costo dell'energia e del denaro sono destinati a raggiungere livelli che non siamo abituati a vedere da un decennio a questa parte. E' un cambiamento strutturale che colpisce l'Italia in due dei nostri principali punti deboli: la dipendenza dalle materie prime estere e l'alto costo del debito pubblico. E' un po' come se l'asticella che divide sviluppo e recessione si alzasse, penalizzando ancor di più chi (come noi) finora ha stentato.
L'effetto combinato di questi due eventi sarà che le aree più dinamiche del mondo (gli Usa e l'Asia) dopo aver portato il pil mondiale quest'anno ad un record (si stima intorno al +4,5%, forse addirittura al 5% se il secondo semestre sarà buono come il primo), tenteranno di gestire al meglio le loro performance, preservandole dalle fiammate del costo dell'energia e riequilibrando il costo del denaro, finora troppo a buon mercato perchè gli Usa (ma non solo) possano permettersi di tenerlo così. Mentre in Europa, dove solo ora si apprezzano i primi effetti della congiuntura positiva, bisognerà raddoppiare gli sforzi per riagganciare il treno dei migliori.
E a proposito di situazione europea, si scorge per noi un ulteriore pericolo: la ripresa sta accentuando le differenze tra i paesi dell'Ue molto più di quanto non abbia fatto la stagnazione. I dati di ieri sul pil di Francia e Germania nel secondo trimestre 2004 indicano che il "motore dell'Europa" si è riavviato. I transalpini, che sono cresciuti dell'0,8% su base congiunturale, si avviano a chiudere l'anno intorno al 2,5%, mentre va appena peggio per i tedeschi, che comunque crescono dello 0,5% trimestre su trimestre e del 2% in un anno. Tutti risultati quantitativamente superiori a quelli italiani (0,3% in un trimestre e 1,1% in un anno), ma ancor più preoccupanti soprattutto per alcuni aspetti qualitativi che riguardano proprio la "reazione" alla crescita globale. I sistemi industriali francese e tedesco hanno capitalizzato la maggior domanda internazionale trasformandola in esportazioni: la crescita tedesca nasce praticamente tutta da lì e la ripresa del mercato interno diventa persino una riserva di sviluppo da innescare con le opportune riforme. La conseguenza politica di questa "frattura europea" è che Francia e Germania - con l'Inghilterra - avranno priorità e obiettivi progressivamente divergenti dai nostri, differenze che peseranno al momento della revisione del Patto di Stabilità e nelle decisioni della Bce sul costo del denaro.
Ergo, la possibilità di accerchiamento è alta: rischiamo di essere strangolati dal prezzo dell'energia e dagli interessi sul debito, e messi in minoranza in Europa. Un cappio di cui i cittadini andrebbero informati. Quello che non fu fatto a settembre 2001 - spiegare agli italiani che la nostra condizione è maledettamente complicata e che non se ne esce certo con l'ottimismo di maniera - deve essere fatto oggi. Chiarire con le parti sociali e con tutta l'opinione pubblica che la posta in gioco non è la pressione fiscale del 2005 o il potere d'acquisto dei salari nei prossimi mesi - nè tantomeno la riconferma dell'attuale maggioranza, che deve essere conseguenza e non causa delle scelte del governo - ma il posizionamento dell'Italia nel primo gruppo dei paesi industrializzati, ovvero la necessità di invertire la marginalizzazione sui mercati esteri che contraddistingue le aziende italiane. Insomma, un progetto.
A quel punto, si può star certi, la reazione del Paese sarà responsabile e collaborativa, se ad un'analisi lucida e coraggiosa seguiranno scelte conseguenti. Certo, sarebbe stato meglio e più credibile se un discorso del genere anzichè alla vigilia della quarta legge Finanziaria (che per di più si annuncia come la più dura) fosse stato fatto ad inizio legislatura, ma il ciclo economico non concede dilazioni. È già quasi certo che "salteremo il giro" di questa ripresa globale, se diventa una costante siamo fritti. |
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