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Un grande bisogno di politica
di Enrico Cisnetto
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LA CRISI DELLA PRIMA REPUBBLICA
Il sistema politico-istituzionale non funzionava più adeguatamente. I partiti politici tradizionali che dal dopoguerra si erano avvicendati nelle varie maggioranze, avevano trovato, dopo la fine della solidarietà nazionale, una casa comune nel pentapartito, che sembrava il punto di massimo equilibrio possibile tra forze laiche, cattoliche e socialiste. Ma le forze politiche, troppo identificate con i governi e onnipresenti in un'economia caratterizzata da un'eccessiva presenza pubblica, perdevano sempre più il ruolo di strumenti della domanda di democrazia, si ripiegavano su se stesse e intercettavano sempre meno le domande di cambiamento che confusamente si agitavano nel Paese.
Un sistema elettorale proporzionale senza correttivi facilitava la proliferazione dei soggetti politici; un sistema istituzionale poco attento all'esigenza della governabilità metteva gli esecutivi alla mercé di condizionamenti paralizzanti ad opera degli stessi partiti che li sostenevano. I governi erano deboli, privi di una guida certa, instabili nonostante la relativa stabilità delle formule politiche delle loro maggioranze.
La litigiosità esasperata all'interno delle coalizioni era facilitata dalla sostanziale impossibilità di una vera alternanza, a causa dell'enorme ritardo con cui la sinistra comunista faceva i conti con il suo retaggio ideologico, il suo passato antioccidentale, antieuropeista, anticapitalista e con un antiamericanismo di maniera che ancora oggi stenta ad essere riposto in soffitta. La fragilità dei governi aumentava il non-governo del Paese, l'alternanza impossibile creava il brodo di coltura per fenomeni di corruzione e di malgoverno che il clima consociativo aiutava a tenere nascosti.
Il Parlamento perpetuava l'eccesso di legislazione; appesantito da un bicameralismo perfetto e da regolamenti ispirati ad un consociativismo paralizzante, imprimeva un ritmo troppo lento e macchinoso ad un processo legislativo che tendeva ad invadere anche campi che altrove non sono regolati da leggi. Le grandi riforme auspicate non erano neanche avviate e la quinta potenza industriale dell'Occidente continuava ad essere afflitta dalla eccessiva frammentazione politica, dalla fragilità dei governi, dalla lentezza del Parlamento e da un profondo squilibrio tra i poteri costituzionali e l'ordine giudiziario.
Inoltre, all'inizio degli anni Novanta il governo del paese era in condizioni di grande debolezza perché si era inceppata la macchina che aveva, fino a quel momento, garantito l'acquisizione del consenso: la spesa pubblica.
Un uso, quello della spesa pubblica ad incremento del deficit, che fino a quel momento aveva prodotto, in tutto il mondo occidentale, effetti largamente positivi, in termini di sviluppo economico e di libertà.
In Italia, però, abbiamo avuto una spesa più finalizzata ai consumi che agli investimenti produttivi. Quella spesa, da un certo punto in poi, è divenuta improduttiva, inflazionistica, spostando sempre di più il debito sulle spalle delle future generazioni. Si guardi il capitolo pensioni: l'Italia viveva e vive sulle spalle di coloro che ancora non sono entrati nel mercato del lavoro.
L'improduttività della spesa pubblica, tra l'altro rendeva meno tollerabili le sacche di corruzione che, sempre, si porta dietro. Attenzione: corruzione, non finanziamento della politica. Qui è bene essere chiari: quel finanziamento si definiva illecito per mera ipocrisia, giacché era un costo della democrazia. In Italia come in tutto il mondo, ieri, oggi e sempre. Avere partiti politici prevalentemente finanziati dall'estero, com'era nell'immediato dopoguerra, significava infatti rinunciare all'indipendenza nazionale. Finanziare in Italia la politica italiana era dunque la condizione necessaria (benché non sufficiente) per potersi dire paese libero ed indipendente. E' un crimine morale il fatto che quasi nessuno abbia avuto - e abbia tuttora - la forza di richiamare quest'evidenza.
Il fatto è che, per una serie di concause, che vanno dall'avvento della televisione al moltiplicarsi delle ambizioni personali, il costo della politica era divenuto eccessivo, mentre non altrettanto alto era il servizio che si dava al Paese ed alla cosa pubblica.
Accanto a questo, come ricordato, vi era il fenomeno della corruzione, che attecchiva in politica e fuori di essa, mostrando molteplici casi di arricchimenti personali spropositati e sfacciati. Forse, le cose potevano pure continuare con quest'andazzo, se non fosse che, per ragioni legate alle compatibilità internazionali e al progredire del processo d'integrazione europea, il deficit pubblico non poteva più essere considerato una variabile indipendente, accrescibile a piacimento. La spesa pubblica doveva essere contratta, in un Paese in cui corporazioni e gruppi, pezzi di territorio e legioni di dipendenti pubblici, barattavano il consenso con il beneficio particolare.

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