Un grande bisogno di politica
di Enrico Cisnetto
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L'AVVENTO DELLA SECONDA REPUBBLICA
Nel vuoto di presenza politica creato da Tangentopoli, un'operazione extra-elettorale mirante al ricambio della classe politica di governo, si inserì, a sorpresa, nel 1994 la decisione di Berlusconi di occupare lo spazio politico lasciato libero dai tradizionali partiti di governo e di offrire un punto di riferimento ad un elettorato di centro ormai allo sbando.
La breve esperienza del primo governo Berlusconi dimostrò che la fragilità dell'Esecutivo non aveva tratto alcun giovamento dalla nuova legge elettorale. L'ibrida maggioranza del governo Dini rese evidente che una vera democrazia dell'alternanza non era alle viste, mentre rimaneva forte la tentazione consociativista e trasformista.
Il successo dell'Ulivo nel 1996 non segnò una svolta sostanziale: durante la legislatura, la maggioranza cambiò due volte e si alternarono tre diversi governi, ci furono enormi trasmigrazioni di parlamentari da un partito all'altro,nonostante i vincoli che il sistema elettorale per tre quarti uninominale maggioritario ad un turno sembrava aver introdotto.
Alcuni gravi difetti della Prima Repubblica continuano, dunque, a sopravvivere nella Seconda, mentre altri - a cominciare dalla mediocrità del personale politico, non più oggetto di alcuna selezione - se ne sono aggiunti.
E' ancora elevata la frammentazione politica e l'instabilità dei Governi. Permane la scarsa decisionalità dell'esecutivo e l'inadeguatezza dell'attività legislativa che ha raggiunto il suo culmine nella confusa riforma del titolo V della Costituzione. Nonostante l'ingresso riuscito nell'Unione monetaria, l'Italia non si è dotata degli strumenti politico-istituzionali per risolvere i problemi che rendevano e rendono questa nostra partecipazione ancora precaria e strutturalmente fragile.
In questo contesto, la mancata riforma della giustizia ha perpetuato, se non peggiorato, un dannoso conflitto tra poteri costituzionali e ordine giudiziario.
La vittoria della Casa delle Libertà nelle elezioni del 2001 ha confermato la leadership carismatica di Berlusconi, nuovamente investita del compito di colmare il deficit di presenza politica dei partiti della coalizione.
Due anni dopo, però, gran parte delle attese riforme sono ancora di là da venire, mentre i rituali peggiori della Prima Repubblica continuano ad affollare le cronache di vertici della maggioranza, di imboscate in Parlamento, di minacce di crisi che rallentano e indeboliscono non poco l'attività dell'Esecutivo. Il Parlamento continua a produrre un gran numero di leggi, spesso confuse come quella di Bilancio, ma appare troppo lento nel rispondere con tempestività alle domande di riforme strutturali che continuamente emergono in una democrazia post-industriale in perenne cambiamento.
Naturalmente, il problema non è rappresentato solo dall'attuale Governo. I suoi difetti sono speculari a quelli mostrati dai governi di centro-sinistra e la reciproca delegittimazione dei due schieramenti politici non fa che aggravare le cose. Il fatto è che nei sistemi maggioritari che funzionano le forze politiche corrono al centro, mirano a far proposte che parlino alla maggioranza dell'elettorato; da noi, al contrario, sono premiate e condizionanti le ali, talché ancora si sente parlare di secessione o di nazionalizzazioni, roba di due secoli fa. Nei sistemi maggioritari i governi sono di legislatura, da noi si parla di crisi di governo dopo pochi mesi, ed al massimo entro un anno il presidente del consiglio è costretto a dichiarazioni pubbliche che neghino la crisi o la necessità di rimpasti. Inoltre abbiamo cambiato la struttura elettorale ed istituzionale degli enti locali, senza però ridisegnare un contesto costituzionalmente coerente di convivenza e coordinamento con i poteri centrali.
Dicembre 2003
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