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Il nuovo patto sociale che serve anche alla politica
di Enrico Cisnetto
La vicinanza temporale e di contenuto delle assemblee di Confindustria e Bankitalia hanno indotto vecchi e nuovi nemici di Fazio e Montezemolo a paventare scenari apocalittici. Si va dal riemergere dell'antipolitica (come se non ce ne fosse già fin troppa nell'attuale politica) al ritorno dei poteri forti (magari, qui è tutto maledettamente "debole"), dall'accusa (proveniente dal centro-destra) di una "scelta di campo" a quella di un "ritorno al passato" evocando persino il patto Lama-Agnelli.
Il tutto perchè il presidente della Confindustria ha rispolverato la concertazione, e il governatore di Bankitalia ha benedetto la fine della guerra tra banche e imprese voluta da D'Amato con la sponda di Tremonti. Certo, per carità, come tutte le cose, anche queste contengono una dose di rischio: che la ripresa del dialogo tra le parti sociali porti alla concertazione "cattiva" della seconda metà degli anni Novanta e non a quella "buona" del 1992-3; che il feeling banche-imprese generi una nuova "razza padrona" anti-mercato.
Ma stabilire che necessariamente sarà così, oltre che una forzatura ideologica, appare il segno inequivoco che siamo di fronte all'ennesimo capitolo della solita (e inutile) battaglia per il potere combattuta con ogni mezzo (do you remember Mediobanca?). Si dice: tra Montezemolo e Fazio, tra l'uscita di Profumo e relazione di Bazoli alla stessa assemblea di Bankitalia, tra il ritorno dell'unità sindacale e gli appelli di Ciampi contro il declino, per non parlare della rivoluzione in casa Fiat, tutto si tiene. E la lettura è doppia. Quella semplicistica recita: è la sinistra che prepara le munizioni contro il governo.
Basterebbe vedersi quello che recentemente D'Alema ha detto sul "pericolo del ritorno dei poteri forti", per capire che di vero c'è solo il goffo tentativo di molti esponenti dell'Ulivo di "mettere il cappello". Quella più sofisticata dice: si profila una riedizione del potere tecnocratico, come al momento della caduta della Prima Repubblica. Cui è facile rispondere che se e quando anche la Seconda Repubblica dovesse crollare, non sarà certo per colpa di un potere economico a dir poco esangue.
Insomma, sarebbe sbagliato non cogliere la correlazione tra i diversi sommovimenti in corso. Ma la chiave di lettura giusta non può essere quella, di grana grossa, offerta dal duo Maroni-Sacconi, dalle parole di Berlusconi e Tremonti ad Assago, dalle paure di Tabacci. Perchè di fronte alla necessità di definire un "nuovo modello di sviluppo" e il relativo "patto sociale" che permetta di realizzarlo, la querelle sui nuovi poteri appare stucchevole, specie se è animata da chi detiene le principali leve della politica economica e le usa poco e male (valgano per tutti i ripetuti esempi di decisionismo di stampo thatcheriano su articolo 18, pensioni, Alitalia e così via risoltisi in clamorose calate di braghe). Nè gli orientamenti emersi sui diversi fronti aperti possono essere ricondotti ad una scelta di campo politico-elettorale a favore del centro-sinistra: se così fosse, non si capirebbe il perchè delle positive prese di posizione assunte da An e Udc. Dice bene, in particolare, Follini quando sollecita la maggioranza a non essere così stupida da "lasciare Fazio e Montezemolo all'opposizione".
Bipolarismo da superare
Diciamo la verità: se il Paese è sulla via del declino da oltre un decennio, la logica della "contrapposizione", del "chi vince comanda", non gli ha certo consentito di invertire la rotta, anzi. Dunque, rispetto a questo "mettersi in moto" di tante cose, il rischio è semmai l'opposto, che non si vada oltre il "club dei delusi". E che le analisi comuni non si concretizzino in un grande progetto per la "rifondazione" del Paese. Non per surrogare la politica con il potere economico o tecnocratico - ci è bastata l'esperienza del 1992 - ma per offrirle un terreno su cui costruire un nuovo patto sociale.
Ecco, solo in quel caso l'attuale sistema politico avrebbe da temere, tanto a destra come a sinistra. Perchè corollario inevitabile e indispensabile di un rinnovato patto tra la società e le istituzioni per rilanciare lo sviluppo su basi nuove del Paese non potrebbe che prevedere il superamento dell'attuale bipolarismo (che produce stabilità fittizia senza governabilità) a favore di un sistema di alternanza tra coalizione maggiormente omogenee e accomunate da valori condivisi. Finora nè Montezemolo, nè i banchieri, nè Fazio, nè buona parte del mondo politico, hanno fatto il "gran passo". Ma se si vuole una nuova classe dirigente - e Dio solo sa quanto ce ne sia bisogno! - urge quel coraggio.
(4/06/04) |
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