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Le cause del declino
di Enrico Cisnetto
Non dobbiamo cadere nella trappola degli alibi. La crisi economica italiana è strutturale, per non dire epocale, eppure fino all'anno scorso il principale, se non l'unico, "colpevole" era il rallentamento generalizzato dell'economia mondiale. Ora spetterà agli scandali finanziari legati ai clamorosi fallimenti di Cirio e Parmalat raccogliere lo scomodo testimone. L'amara verità invece è che il declino della nostra economia ha cause profonde, che vanno ricercate nella dissoluzione di un modello di sviluppo e nell'incapacità - ormai decennale - di trovarne uno diverso.
Quanto fosse fuorviante ridurre le nostre deludenti performances economiche a motivazioni puramente congiunturali è ben dimostrato ora che la recessione globale è finita: l'Italia non è capace di uscire dal suo più lungo periodo di stagnazione dal dopoguerra. È dal 2001 che il tasso di crescita media del pil è inferiore all'1% annuo; l'andamento del 2003, in cui il prodotto nazionale è cresciuto di un misero 0,3%, non solo ha frustrato le aspettative di una partenza lanciata nel 2004, ma ha concretizzato il pericolo che si allarghi il gap sia con i sempre più dinamici Stati Uniti, sia con i pur esitanti partner europei, che finora hanno condiviso gran parte delle nostre difficoltà macroeconomiche. Il Vecchio Continente, e l'Italia più degli altri, paga da un lato l'egemonia tecnologica e finanziaria degli Stati Uniti, e dall'altro l'esuberanza "demografica" dei paesi emergenti (che in termini economici significa mano d'opera a buon prezzo ed eserciti di consumatori potenziali).
È la sfida della globalizzazione, non si può evitare. Piuttosto bisognerebbe concentrarsi nel mettere a punto una strategia che disegni un modello di sviluppo sostenibile nel nuovo contesto internazionale. Proprio questo è il punto dolente, visto che il nostro sistema economico ormai da tempo si muove per semplice forza d'inerzia. Basta fare un raffronto tra i tassi di crescita americani, europei e italiani: fino agli anni '80 la nostra economia è cresciuta a ritmi più alti delle altre due aree (nel decennio 1973-82 è stata del 3,2% contro il 2,3% dell'Ue e il 2,4% degli Usa), nel periodo successivo è scesa ai livelli europei (2,3% Italia contro 2,4% Ue), ma è stata sorpassata dagli States (3,4%). Nell'ultimo decennio il gap si è ulteriormente aggravato: 1,6% Italia, 2,1% Ue e 3,2% Usa.
Il fatto è che a dieci anni di distanza pochi hanno studiato i meccanismi che hanno portato al lento deterioramento del nostro modello di sviluppo e al suo collasso agli inizi degli anni Novanta (al tempo stesso causa ed effetto degli sconvolgimenti politici dovuti a Tangentopoli). Probabilmente dipende dai molti aspetti "poco presentabili" del patto politico-economico del dopoguerra che, di fatto, ha continuato a produrre ricchezza fino a che elementi esterni (la caduta del comunismo, l'adesione alla moneta unica e la globalizzazione) non l'hanno reso obsoleto. Per trent'anni i pilastri su cui si è retta la crescita italiana sono stati essenzialmente quattro: il debito pubblico, la svalutazione "competitiva" della lira, la presenza massiccia dello Stato nell'economia e il protezionismo.
La "finanza allegra", che ha portato ad accumulare un debito pari al 124,3% del pil (record storico toccato nel 1994) e che ancora continua a crescere in termini assoluti fino agli attuali 1400 miliardi di euro, ha funzionato come meccanismo di redistribuzione. Con un doppio ritorno per i cittadini: finanziava un "welfare all'italiana", dove l'assistenzialismo era diffusissimo e di cui godeva un fronte sempre più vasto di ceto medio in misura non paragonabile a nessun'altra esperienza occidentale; assicurava tassi d'interesse sul debito che, essendo per lo più in mano degli stessi risparmiatori italiani, sosteneva i redditi personali.
La svalutazione della lira ha invece permesso l'affermazione di una crescita fondata sull'export e ha mascherato una crescente erosione della competitività e della produttività delle imprese italiane. Tra il 1970 e il 1989 la diminuzione del tasso di cambio nominale nei confronti delle principali monete internazionali è stata prossima al 70%. Infine, il protezionismo ha avuto molte manifestazioni, dirette ed indirette: è facile fare riferimento ai tanti salvataggi dello Stato-imprenditore, o gli aiuti alle aziende private. Ma ci sono forme di protezionismo più indirette che si sono verificate ogniqualvolta le imprese hanno agito a scapito delle regole del mercato: la tolleranza verso una diffusa evasione fiscale o verso l'utilizzo di lavoro nero sono fenomeni che hanno inciso pesantemente sulla performance economica nel ventennio 1970-1990.
Da quel momento abbiamo vissuto il "decennio dell'inerzia", in cui si è creduto che lo sviluppo altrui si sarebbe automaticamente importato grazie alla progressiva integrazione (europea e dei mercati globali). Ma più che di "illusione collettiva" o di un errore di valutazione, credo sia il caso di parlare di mancanza di progetti alternativi, a causa di un sistema politico in perenne transizione e incapace di forza progettuale, oltre che di un ceto imprenditoriale impreparato ad essere sistemico. Si prendano ad esempio le privatizzazioni, gestite con l'unico criterio di fare cassa e con una fede eccessiva nel "mercato perfetto e autoregolatore". La necessità di far fronte agli impegni europei ha di certo spinto sull'acceleratore delle vendite: tra il 1992 e il 2001, le privatizzazioni hanno fruttato incassi per 97,7 miliardi di euro.
Dopo la Gran Bretagna, l'Italia è il secondo paese europeo per volume di dismissioni, ma esse non sono servite a far crescere un "nuovo capitalismo". E, per di più, nel frattempo non si è fatta alcuna riflessione su come adattare le liberalizzazioni alle esigenze dei singoli mercati. Purtroppo, mentre la politica si dibatteva nelle sue contraddizioni, tuttora irrisolte, il sistema industriale è andato incontro ad un ulteriore deterioramento e non ha saputo reinventarsi. Dal punto di vista dimensionale si è accentuato il peso della microimprenditoria, mentre i pochi grandi gruppi sono spariti o risultano in via di disfacimento, quando non sono stati "colonizzati".
L'Italia, storicamente, è in Occidente la nazione con le aziende più piccole: il 98% dei 4,1 milioni e oltre di imprese censite nel 2000 avevano da 1 a 9 addetti. Ora la media si è addirittura leggermente contratta (3,6 addetti). Dalla dimensione derivano tutta una serie di squilibri tristemente noti. Il più importante, in un'ottica futura, riguarda gli scarsi investimenti per la ricerca tecnologica: l'Italia spende solo l'1,07% del pil, contro la media Ue dell'1,88% e quella Ocse del 2,24%. Ma tale ritardo è molto più colpa delle imprese private (spendono meno della metà delle loro colleghe europee), che dello Stato, i cui livelli d'investimento sono appena al di sotto della media Ue.
L'altra conseguenza è la scarsa internazionalizzazione: le imprese esportatrici italiane sono solo 170 mila (il 4% del totale), e tra l'altro soltanto il 10% di esse (le 17 mila più grandi) assommano il 90% dei 260 miliardi cui ammonta il valore totale del nostro export. L'85% delle vendite italiane all'estero fa capo ad un nucleo stabile di circa 80 mila esportatori presenti sul mercato da prima del 1996. Risultato: dal 1997 ad oggi l'Italia ha perso 1,7 punti nel mercato mondiale degli scambi. Infine, sempre da attribuire al problema dimensionale, l'incapacità di accedere ai mercati finanziari e l'eccessiva dipendenza dal credito bancario e dall'autofinanziamento accentuando il peso d'indebitamenti eccessivi. Per completare il quadro, la fine del sistema protetto delle grandi imprese ha spazzato via l'establishment - non a caso dilaniatosi intorno alla vicenda Mediobanca - senza sostituirlo con una classe dirigente degna di questo nome.
Dunque, i clamorosi fallimenti di Cirio e Parmalat possono essere utili alla comprensione dello stato attuale e delle prospettive future dell'economia, ma solo a patto di contestualizzarli: sono la classica punta dell'iceberg, solo che in questo caso la "montagna di ghiaccio" del nostro sistema produttivo si sta assottigliando e sgretolando per mancanza di competitività. La politica è naturalmente chiamata per prima ad uno sforzo di realismo e di nuova progettualità, ma tutte le componenti sociali devono diventare consapevoli che alla lunga non ci sono posizioni al riparo da questa processo di bradisismo economico.
(11/03/04) |
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