IL DECLINO

L'Italia appare mollemente adagiata su di un piano inclinato: scivola con lentezza, ma inesorabilmente.
Il Paese ha "le pile scariche", per dirla con il Censis, ma la ricchezza assai diffusa, gli ammortizzatori emersi e sommersi e in generale una qualità della vita dei più ancora molto alta, per ora rendono il declino strutturale solo parzialmente percepito. S'intuisce che le cose non vanno, ma si fatica a mettere a fuoco la portata dei problemi, le relative responsabilità e, soprattutto, le vie d'uscita.
Per esempio, s'intuisce che nel corso degli anni Novanta e in questo primo scorcio di millennio l'economia italiana è cresciuta meno che in tutti decenni precedenti, accentuando il gap con gli Usa, l'Europa e i paesi più industrializzati e nello stesso vedendosi erodere il vantaggio sui paesi emergenti. Negli ultimi dieci anni il "sistema Italia" ha perso competitività, ridotto i margini di produttività, mangiato una fetta consistente della sua quota di commercio mondiale. Il nostro capitalismo ha ridotto drasticamente la sua taglia, schiacciandosi in verticale e allargandosi in orizzontale, è arretrato tecnologicamente, ha perso una parte importante della sua sovranità e distrutto il suo establishment. Il caso Fiat è emblematico, ma non esaustivo, della deindustrializzazione del paese. Le risorse finanziarie private, dopo aver alimentato la bolla borsistica, ora si dirigono verso il porto sicuro delle utilità.
Così come s'intuisce che l'approdo nell'euro prima e il rispetto dei vincoli europei poi, non sono figli di un risanamento strutturale della finanza pubblica, bensì di un processo di privatizzazioni volte solo a far cassa - tradendo ogni obiettivo di politica industriale - e di un ricorso sistematico a misure una tantum.
E, ancora, s'intuisce che è in corso un processo di deistituzionalizzazione assai pericoloso. Alimentato da un federalismo e da meccanismi di devoluzione suggeriti più dagli slogan che da modelli studiati con serietà, che stanno creando un enorme contenzioso tra amministrazione centrale ed enti locali e stanno moltiplicando i centri di spesa, rendendoli di fatto incontrollabili come nel caso della sanità.
S'intuisce che, da un lato, la mancanza d'iniziativa riformista da parte del governo e, dall'altro, la cecità giustizialista dell'opposizione, complice la cattiva coscienza di tutti, hanno reso impossibile un serio confronto sulla giustizia. La quale affonda sempre di più in un'inefficienza che la rende eguale al suo opposto: una macchina fuori controllo che è in grado di comminare pene senza che vi sia mai stato un processo, ma, al tempo stesso, non è in grado di gestire i processi. Insomma, l'inferno delle persone per bene ed il paradiso dei delinquenti.
Ma è pur vero che la società civile, nella gran parte dei casi, è silente e acquiescente. Spesso contribuisce a dar corpo a fenomeni grotteschi, come quello dei cosiddetti girotondi. E comunque quando tenta di far sentire la sua voce meditata non trova canali adeguati né nelle forze politiche, che sempre meno si comportano da strumenti di formazione della democrazia, né attraverso la stampa e i mezzi di comunicazione di massa, paralizzati da settarismi, scelte di parte e da conflitti di interessi editoriali, finanziari, economici e politici.