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Benzina sprecata in un motore da cambiare di Enrico Cisnetto
Siamo proprio sicuri che tagliando le tasse si ottenga la tanto agognata "scossa" all'economia italiana? Analizziamo le possibilità di realizzare la ricetta "meno tasse per tutti" annunciata da Silvio Berlusconi. Intanto, come abbassare le aliquote senza incidere sul deficit pubblico, che già ora la Trimestrale di cassa indica al 2,94% del pil, a un passo dal limite del 3% imposto da Eurolandia? La risposta potrebbe essere nei 12,5 miliardi che il governo conta di risparmiare senza toccare il welfare, ma riducendo "sprechi e privilegi". Bene, ma andrebbero chiariti un paio di passaggi. Primo: se veramente esistesse un margine così vasto di manovra sui conti pubblici, è difficile comprendere una mole tanto ampia di misure una tantum adottate nelle ultime finanziarie - ben 16 condoni - per far quadrare (male) i bilanci. Secondo: ammesso che realmente alla voce "sprechi" sia abbia capacità e coraggio di tagliare 12,5 miliardi, perché intervenire solo all'inizio del quarto anno di legislatura? Scartando questa ipotesi, per tagliare le tasse rimarrebbe un'altra via: andare avanti con la spesa senza badare ai vincoli imposti dal Patto di stabilità. Ma possiamo permettercelo dopo l'early warning di Bruxelles, e tenendo conto del debito pubblico (secondo la Trimestrale calerà solo di un decimo di punto) e le note "frizioni" con i vertici comunitari e alcune cancellerie continentali? E' saggio rispondere di no.
Ma ammesso (e non concesso) di aver trovato la formula magica per abbassare le tasse, come tradurla in un volano per l'economia? Abbiamo sotto gli occhi la prima manovra con la quale è stato tagliato il carico fiscale sui redditi bassi che ha prodotto una spinta ai consumi di dimensioni ridottissime. Rimane aperta l'altra ipotesi: ridare fiato alle imprese. E qui casca l'asino: il rischio è di mettere benzina (poca, specie se gli sgravi saranno compensati dal taglio degli attuali meccanismi di sostegno) in un motore stremato. Come oggi è, purtroppo, il grosso del nostro sistema imprenditoriale. E se ogni accenno al declino può suonare retorico, ci sono i numeri a dimostrare che il nostro capitalismo ha bisogno di cambiare pelle, di fronte alla drammatica perdita di competitività che gli effetti della globalizzazione e la fine dei vecchi meccanismi (svalutazione della lira, debito pubblico, protezionismo) stanno producendo. Uno studio di Sviluppo Italia, per esempio, individua oltre 2000 imprese in crisi o in ristrutturazione e conta 120mila lavoratori in cassa integrazione. La fotografia di un sistema al collasso a cui va aggiunto il "rachitismo" della maggior parte delle nostre imprese (3,6 addetti in media) che azzoppa totalmente le potenzialità competitive nei mercati globali. La politica economica deve ripartire, quindi, da zero. In questo senso è da condividere il progetto presentato da Massimo Caputi, numero uno di Sviluppo Italia, che propone una sorta di "rottamazione" per le imprese ormai "decotte". Bisogna avere il coraggio di chiudere le imprese che non funzionano, abbandonando le produzioni a basso valore aggiunto per concentrarci su settori ricchi di potenzialità, come per l'Italia può diventare il turismo. Insomma se veramente questo governo riuscirà nell'impresa di trovare le risorse che promette perché poi "sprecarlo" a sostegno di sistemi obsoleti e improduttivi?
(11/05/04)

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