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Rinviare i tagli fiscali
è stato un bene (per tutti) di Enrico Cisnetto
Il rinvio del progetto di riforma fiscale a dopo le elezioni è una benedizione. Il dibattito, viziato dalla campagna elettorale, ha toccato picchi di surrealismo nella polemica "ricchi contro poveri" su chi dovesse maggiormente beneficiare dei tagli alle tasse. In pratica si è discusso su come redistribuire risorse per 12 miliardi che non si sa dove tagliare, il tutto mentre l'Europa aspetta ancora di sapere dal nostro ministro dell'Economia come abbiamo intenzione di evitare che il nostro deficit superi la soglia del 3% del pil (cosa già avvenuta al netto dell'eventuale manovra fiscale). Ma altrettanto illogica appare la querelle intorno sui 36 miliardi di incentivi alle imprese, tutta basata sull'interpretazione "ideologica" dei numeri: vanno conteggiate le leggi d'incentivazione regionali (come si fa a non farlo se sono 180 su 235!) e i contributi alle imprese pubbliche (ma se sono quasi tutte iscritte a Confindustria!)?
C'è da sperare che dopo le elezioni si abbandoni il populismo del "meno tasse (più o meno) per tutti", e si rovescino i presupposti del dibattito: il Paese è ai minimi storici sul piano della competitività internazionale, ma la necessità di una "scossa" si scontra con la coperta cortissima del bilancio pubblico. Allora, bisogna calibrare quel poco margine di manovra che c'è, cominciando col dire che di tutte le possibili misure quella sull'Irpef è la più sbagliata, incontrollabile com'è negli effetti. Innanzitutto non si può sapere se ci sarà un aumento del reddito reale per le famiglie visto che la diminuzione della pressione fiscale da parte dello Stato (dal 41,8% del 2002 al 41,3% del 2003), è stata finora più che compensata dalle una tantum e dalle imposte locali. Ma oltre ad un primo problema di efficacia, c'è ne anche uno di destinazione, cioè quanto di questo extrareddito sarà speso in consumi e quanto risparmiato. A far propendere per una prevalenza della seconda allocazione ci sono il clima d'incertezza imperante - l'aumento della propensione al risparmio e il dato sulla fiducia dei consumatori di ieri che ha segnato il record negativo degli ultimi dieci anni ne sono la conferma - la sostanziale tenuta dei consumi delle famiglie (nel 2003 sono cresciuti dell'1,2% contro un modesto +0,3% del pil) e l'inclinazione del ceto medio-alto ad intaccare il patrimonio pur di mantenere il proprio standard di vita. Dunque, il problema italiano non sta né nella redistribuzione né nell'allocazione del reddito, ma nella sua creazione. E qui siamo al vero nodo, l'industria "grande malato" dell'economia italiana. Il pessimo risultato delle esportazioni nel 2003 (-3,9%), il crollo degli investimenti (-2,1%) e la scarsissima spesa in ricerca (1,1% del pil, per la maggior parte composta da stanziamenti pubblici), gettano ombre nerissime sul presente e sul futuro del nostro manifatturiero, e va sottolineato come anche il "rimbalzino" del pil nel primo trimestre (+0,4 su dicembre 2003) sia stato realizzato quasi senza il contributo di questo comparto. Infine i dati su fatturato, ordinativi ed export di marzo parlano sì di ripresa rispetto agli abissi dell'anno scorso, ma non assicurano un trend solido che il trimestre rimane comunque negativo. Dunque è qui che le manovre di politica economica si devono concentrare. Questo non significa che bisogna rinunciare al progetto di riforma fiscale per mantenere, o aumentare, il sistema degli incentivi alle imprese attualmente in vigore, non fosse altro perché tende a conservare quel capitalismo nano, sottocapitalizzato e tecnologicamente arretrato, anziché aiutare a trasformarlo. Anche uno spostamento dell'attuale riforma verso le aziende, per esempio con la riduzione dell'Irap o ancor peggio con la riduzione dell'aliquota Irpeg, sarebbe l'ennesimo caso di aiuto a "pioggia", inefficace e conservativo.
La leva fiscale va invece usata con interventi più mirati e circoscritti: per premiare le aziende che s'internazionalizzano (sia dal punto di vista della produzione che dei mercati di sbocco), quelle che spendono in ricerca e sviluppo, o che si fondono per superare il loro nanismo. Un meccanismo, quest'ultimo, da incentivare soprattutto tra le imprese di media dimensione, chiamate a rimpinguare una grande impresa in via di estinzione. Sono interventi più complicati da congegnare e meno "vendibili" al grande pubblico, ma di certo più utili a creare un modello di sviluppo capace di reggere l'urto della globalizzazione, per il quale il tempo stringe maledettamente. Tutto il resto è campagna elettorale. Che ci trasciniamo dal maggio 2001, e che deve finire il 13 giugno. Assolutamente.

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