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Meno tasse. Una strada quasi impraticabile
di Enrico Cisnetto
Si fa presto a dire fiducia. A chiederla è Silvio Berlusconi, che ieri agli industriali riuniti a Milano, come una settimana fa ai commercianti a Cernobbio, ha rivolto un appello a "credere" senza cedimenti che sotto la sua guida l'Italia sta diventando un paese moderno, capace di giocare la difficile partita della competizione nel nuovo scenario della globalizzazione così come il Milan di "vincere e divertire" nel campionato di calcio. E ad offrirla, la fiducia, è la Confindustria dell'ultima esibizione di D'Amato (prima del passaggio di consegne a Montezemolo), orgogliosamente intestardita a rivendicare il suo ruolo positivo contro quella che è stata definita "la cultura del declino". Il problema è vedere se queste due correnti di (ostentato) ottimismo combaciano e, soprattutto, se davvero per l'Italia è solo questione di metterci un po' di fiducia punto e basta.
In realtà, la fiducia non può che essere la conseguenza di una politica, non il suo ingrediente. Certo, bisogna crederci - e questo francamente mancava, ieri a Milano - ma quando si è davanti alla necessità di cambiamenti epocali, l'ottimismo rischia di essere più un vincolo che un'opportunità. Perchè quella italiana non è una crisi di sfiducia - come sostiene D'Amato - nè tantomeno una crisi congiunturale - come neppure più Tremonti pensa - ma una vera e propria crisi strutturale, strategica. Che, certo, riguarda l'intera Europa, ma che da noi assume contorni più preoccupanti per i vizi storici del sistema pubblico, per la debolezza congenita dell'apparato produttivo (troppe imprese troppo piccole, troppo sottocapitalizzate e troppo poco internazionalizzate), e per il cattivo funzionamento del sistema politico.
Per questo, si dice, serve una scossa. E la si individua in una riduzione, immediata e significativa, delle tasse. Ora, a parte il fatto che non si capisce perchè si sia aspettata la fine del terzo anno della legislatura e per quale ragione si debbano ancora studiare modalità che dovrebbero essere chiare, vale la pena riflettere sui quattro diversi modi con cui in questo momento si potrebbero avere "meno tasse per tutti". Il primo: ridurre in egual misura la spesa pubblica. Sarebbe la più logica e lineare, ma visto che l'anno scorso la spesa corrente è aumentata, e considerati i condizionamenti sia della campagna elettorale che della dialettica interna alla maggioranza, questa sembra la strada più improbabile. Il secondo, apparentemente ancor più virtuoso del primo: tagliando gli sprechi. E' un'intenzione che non manca mai (nè potrebbe) in nessun programma di governo, ma in fondo è un modo diverso di enunciare comunque una riduzione della spesa. Ma se fosse così facile, perchè finora non è stato realizzato? C'è forse bisogno dello stimolo di meno tasse per eliminare costi comunque improduttivi? Dunque, strada altrettanto improbabile.
Il terzo modo per tagliare il carico impositivo potrebbe essere quello di ricorrere all'ennesima fantasia "una tantum", cioè "espropriare" la Banca d'Italia delle sue riserve auree (e non). Ogni tanto questa ipotesi affiora - lanciata come ballon d'essai da qualche sherpa governativo, anche per altri evidenti fini - ma è destinata ad infrangersi contro il muro di ostilità della Bce (dirimente), oltre che contro quello della prudenza (purtroppo non dirimente). Dunque, strada impraticabile. Infine, il quarto sistema con cui si potrebbe finanziare un minor prelievo fiscale è quello di aumentare il deficit, che in questo caso raggiungerebbe un rapporto con il pil (considerata come assai probabile una crescita sotto l'1%) ben superiore al tetto del 3% considerato insuperabile dall'Europa. Questa sarebbe la via più facile, ma è certo che Bruxelles reagirebbe in modo diverso da come ha fatto nei confronti di Francia e Germania, giustificata dal fatto che nel nostro caso pesa anche il debito (106% del pil). E viste le nostre frizioni con i maggiorenti di Eurolandia, è quasi certo che la durezza della "linea Solbes" è destinata a sopravvivere anche dopo l'uscita dalla Commissione del prossimo ministro spagnolo dell'Economia. Quindi, strada praticabile (fregandosene di Bruxelles), ma molto pericolosa.
Sembra dunque del tutto probabile che l'idea di rilanciare l'economia attraverso la riduzione delle imposte farà specularmente il paio con quella opposta - tasse alte a fronte di più servizi, almeno fino a quando si staneranno gli evasori - propugnata e praticata dal centro-sinistra (Visco docet), rivelatasi fallimentare. Almeno fino a quando non si dirà al Paese la verità sul "declino" e si spiegherà quali prezzi ciascun attore sociale è chiamato a pagare - in termini di tasse o di rinunce al welfare (inteso nel senso più lato del termine) - per tentare di rimettere in piedi la baracca.
Ma se anche si dovesse riuscire nel miracolo di "meno tasse per tutti", si correrebbe il serio rischio che la manovra si riveli insufficiente. Per due motivi. Il primo riguarda il cittadino-consumatore: è provato dall'applicazione del primo modulo della riforma Tremonti (costo 5,5 miliardi) che, ferme le variabili economiche, l'effetto sui consumi è pressochè nullo. Il secondo riguarda le imprese: se fossero loro a beneficiare degli sgravi, e se anche questi ultimi si trasformassero per intero in investimenti, verrebbe data benzina ad un motore (il capitalismo made in Italy) per molti versi vecchio e malandato. Se ne avrebbe forse un beneficio immediato, ma certo non capace di sovvertire la tendenza a perdere competitività.
Ergo: il caso italiano è maledettamente più complicato degli slogan della campagna elettorale. Mi sa che dovremo riparlarne dopo il 13 giugno.
04/04/2004

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