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Sberla Fiom a Epifani di Enrico Cisnetto
Melfi è la rappresentazione di tutto il Paese. Di un'Italia "incontinente", in cui non esiste più la mezza misura e ogni scintilla è in grado di trasformarsi in un incendio devastante. Così anche la "fabbrica modello" - poco politicizzata, moderatamente sindacalizzata, considerata il fiore all'occhiello tra gli stabilimenti Fiat in Italia, tanto da non avere rischiato neanche un posto di lavoro durante la crisi dell'anno scorso - è scoppiata. Dopo otto giorni di scioperi, sit-in e l'inevitabile pellegrinaggio di uomini politici, siamo arrivati anche all'intervento delle forze dell'ordine, necessario a salvaguardare il sacrosanto diritto di chi vuole continuare a lavorare. E non solo gli operai lucani, ma anche tutti gli altri stabilimenti Fiat sono bloccati dalla mancata fornitura dei componenti realizzati a Melfi. Come si è arrivati questo disastro? Soffermarsi sugli aspetti specifici della vertenza porterebbe a risposte insufficienti o parziali. L'accordo che venerdì notte Fim-Cisl e Uilm-Uil hanno firmato sarebbe dovuto bastare a fermare gli scontri. E invece no, anzi. Dunque le motivazioni vanno ricercate in contesti più ampi che coinvolgono l'intero Paese. Partiamo dai sindacati. E' evidente come nella vicenda lucana sia rintracciabile l'eco di una battaglia tutta interna alla Cgil. Guglielmo Epifani, da tempo e non senza fatica, sta cercando di affrancare il più grande sindacato italiano dall'epoca cofferatiana. I primi risultati cominciano ad arrivare non solo nel rapporto con Cisl e Uil, ma anche in quello appena avviato con la Confindustria di Montezemolo, in cui è già possibile intravedere la possibilità di una nuova stagione delle relazioni industriali. Ma Epifani si è spinto oltre: ha sostenuto pubblicamente Roberto Nencini, a capo della minoranza della Fiom e autore di una mozione che infrange il fronte della "protesta senza proposta", praticato dai metalmeccanici cigiellini, da sempre la sinistra della sinistra del sindacato. E anche nella partita di Melfi, il segretario nazionale della Cgil non ha dimenticato di invitare alla moderazione dei toni e delle azioni. Insomma, al comportamento "moderno" del leader, la Fiom sta rispondendo riesumando le armi di lotta degli anni '70. Il sindacato dei metalmeccanici appare inconsapevole delle mutate condizioni del Paese. Siamo di fronte alla più lunga stagnazione dal dopoguerra, tutti gli indici congiunturali non fanno neanche sperare in una ripresa a breve termine. Eppure più che alla macroeconomia, ai dirigenti Fiom basterebbe tirare le somme di quanto avviene in concreto nelle aziende italiane: un anno fa la crisi della stessa Fiat, oggi Alitalia (con possibilità sempre più flebili di salvarla) e moltissime altre costrette a portare i libri in tribunale e chiedere la "Prodi-bis". Ma i metalmeccanici "antagonisti" nella ricerca dello scontro hanno trovato nella Fiat una controparte che ne condivide i metodi. In uno stabilimento "poco sindacalizzato" non sarebbe stato troppo difficile arrivare alla "gestione interna della crisi" invece di ignorarla fino a perderne il controllo.
Infine, il caso di Melfi deve essere visto anche alla luce di episodi analoghi. In questi mesi abbiamo visto gli autoferrotranvieri bloccare le città, i medici (forse gli unici con motivazioni condivisibili) scendere in piazza e, non ultimi, proprio gli abitanti della Basilicata si sono battuti sui binari ferroviari contro il deposito nucleare di Scanzano. Precedenti che hanno imposto un modello "selvaggio", privo di ogni pratica di mediazione e rappresentanza, che sfrutta la rilevanza mediatica per raggiungere gli obiettivi di lotta. Una situazione che presenterà il conto a tutto il Paese. Per ora paga la Fiat che già annuncia 12000 auto in meno che peseranno sui conti del trimestre. Un "contrattempo" che però lascia intatti i dubbi di chi ancora non vede concretizzarsi il ritorno alla redditività del settore auto. Speriamo che Melfi non sia nello stesso tempo un freno e un alibi per il risanamento della Fiat.

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