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Non è annientando la Cgil che si esce dal declino di Enrico Cisnetto
"La modernizzazione passa per la sconfitta della Cgil". Con queste premesse, sintetizzate dalle parole del sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, è un bene che il governo non sia stato coinvolto direttamente nella vicenda dei blocchi allo stabilimento Fiat di Melfi.
Altrimenti più che la perdita delle oltre ventimila vetture denunciate dal Lingotto ci troveremmo a contabilizzare l'ennesimo passo falso dell'esecutivo e danni ancor più consistenti alla nostra traballante economia. Sia chiaro, l'analisi di Sacconi - che non è solo sua - appare comprensibile: in questo momento la componente maggioritaria dentro il sindacato dei metalmeccanici di sinistra, la Fiom, e dentro la stessa Cgil - seppur con aspetti più dialettici - intende porsi come forza antagonista al governo, sfruttare la tensione sociale per colpire l'attuale maggioranza. Due anni e mezzo fa Sergio Cofferati impose alla Cigl questo ruolo ed ora la Fiom di Gianni Rinaldini ne ha preso il testimone. Nel frattempo però il governo non si è liberato dell'illusione di avere la forza per praticare la "linea dura" e non si accetta l'evidente incapacità delle forze della maggioranza di rimanere unite nei momenti di tensione. La sconfitta sull'articolo 18, le continue modifiche alla legge sulle pensioni sono esempi clamorosi, la vicenda Alitalia, poi ce l'abbiamo sotto gli occhi grazie alla paralisi dei voli di questi giorni. Sei mesi fa l'ex amministratore delegato Francesco Mengozzi presentò un piano - tutt'altro che "lacrime e sangue", alla luce delle ristrutturazioni di altre compagnie europee - in cui si prevedevano 1500 licenziamenti, e una via d'uscita soft (l'alleanza con Air France e Klm) che avrebbe posto fine a 10 anni di bilanci in rosso e di periodici trasferimenti di soldi pubblici alla compagnia. Le resistenze dei lavoratori (altro che linea dura!) bastarono all'azionista pubblico per sconfessare piano e dirigenza di Alitalia. Ora con un vertice diverso e perdite raddoppiate c'è un nuovo piano (gli esuberi dovrebbero essere "appena" mille), ma la conflittualità è addirittura peggiorata e a rischiare il posto sono tutti i 22 mila dipendenti della compagnia.
Dunque, anche ammesso che, come teorizza sempre Sacconi, "la Fiom è l'equivalente italiano dei minatori inglesi negli anni '80", bisogna ammettere che questo governo non sa o non è in grado di seguire le orme di Margaret Thatcher. Quindi, se si vuole evitare che il processo di modernizzazione del Paese sia impedito da questo blocco conservatore, vanno cercate strade più praticabili. Tra altro suggerite dalla stessa evoluzione interna alle forze sociali. In Confindustria, per esempio, sono ansiosi di dimenticare in fretta le illusioni alimentate da Antonio D'Amato.
La più perniciosa delle quali è stata quella di credere che la fermezza del governo avrebbe reso vincibile lo scontro con i sindacati. Ma anche ka Cgil, e in particolare Guglielmo Epifani, accetterebbe volentieri un percorso, graduale e realizzato attraverso un avvicinamento delle confederazioni, che lo faccia rientrare in un alveo più riformista. "Sponda" che Cisl e Uil sarebbero ben felici di realizzare visto che la divisione sindacale danneggia anche loro sul fronte della rappresentatività e di controllo della base. E le manifestazioni sempre più violente ed estemporanee delle forme di lotta delle varie categorie ne sono l'indicatore più inquietante.
Inoltre, oltre alla mancanza delle condizioni politiche, sono anche quelle ambientali ed economiche che sconsigliano l'utilizzo dello scontro frontale. Il nostro sistema industriale è malaticcio e i focolai di crisi, in singole aziende o settori, sono sempre più frequenti, e questo richiede di trovare un modello generale per affrontarle. quello che ho definito il "tavolo delle emergenze". E nello stesso tempo occorre affrontare con coraggio il ben più strutturale cambiamento del modello di sviluppo. Ma per ottenere risultati in tal senso bisognerebbe ricostruire quel clima partecipativo che portò nel 1994 proprio alla costituzione di un impianto "gioiello" come quello Fiat di Melfi e al modello partecipativo. A guardarlo oggi si direbbe un esperimento sfiorito per incuria un po' di tutti, anche della stessa Fiat, che avrebbe dovuto reagire per tempo alle rivendicazioni sull'organizzazione del lavoro che sono il cuore della protesta. Sarebbe il caso di smettere di mostrare i muscoli e ripartire da lì. Questo in Paese in pieno declino non regge più la boxe.
30/04/2004

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