Conflitto ad alto rischio
di Enrico Cisnetto

Che errore, il caso Melfi. A parte ogni considerazione politica sulle mosse della Fiom - principalmente a danno di Epifani - il risvolto più significativo della vicenda è di natura industriale: l'aver trascinato lo stabilimento lucano, una delle unità produttive più moderne d'Europa, nel frullatore delle difficoltà della Fiat. Rischiando di trasformarlo da (unica) leva per rilanciare l'auto made in Italy a causa (una delle molte) dell'eventuale fallimento del benemerito tentativo firmato Agnelli-Morchio-Demel. Diciamolo con franchezza: nonostante gli sforzi e una buona pubblicistica, 17 mesi dopo il suo punto massimo la crisi Fiat è ancora lungi dall'essere superata. Come dimostra il permanere della cassa integrazione, c'è ancora esubero di personale, e con tutta evidenza uno stabilimento è di troppo. Finora Melfi non solo era rimasto fuori dal perimetro di quelli a rischio, ma anzi - nonostante la "cessione" a Termini Imerese di una linea di produzione della nuova Punto - era considerato l'unico che forniva ottime performance di efficienza e produttività. Insomma, le fondamenta della "nuova" Fiat. Per questo, sindacato e azienda si sono assunti una grave responsabilità. La Fiom, e chi le ha dato copertura, nel portare le pur comprensibili rivendicazioni dei lavoratori dal tavolo della trattativa fin sulle barricate. E la Fiat ha sbagliato nel non capire per tempo che Melfi stava diventando una polveriera, e che occorreva dare una registrata al suo vecchio modello di relazioni industriali. Speriamo che il caso Melfi non sia nello stesso tempo un freno e un alibi per il risanamento della Fiat.

06/05/2004