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Il calcio semplifica e amplifica quelli che sono gli stati d'animo e i comportamenti conseguenti della nostra società. Gli avvenimenti recenti dell'Olimpico, durante il derby Roma-Lazio, sono l'esasperazione mediaticamente amplificata del crollo totale del concetto di autorità a qualsiasi livello. Calcoli di meschina convenienza personale e patrimoniale, convinzione di poter comunque controllare gli avvenimenti, almeno per la propria parte, la paura di ricatti dovuti a inconfessabili connivenze, hanno finito per minare i normali tradizionali rapporti istituzionali, dando spazio, forza condizionante e incredibile visibilità a personaggi normalmnte improbabili ma in grado, nell'attuale strana, surreale, congiuntura di condizionare il mondo dello sport, degli affari (sempre più intrecciati e interconnessi tra loro), della politica. Proprio come i capi delle fazioni dell'Ippodromo della Bisanzio di Teodora.
Da anni ormai, da quando si è voluta azzerare un'intera classe politica attraverso la spettacolarizzazione di un'azione giudiziaria dai modestissimi risultati per ciò che riguarda gli accertamenti definitivi di responsabilità individuale, ma dalle devastanti conseguenze politiche interne e internazionali, il nostro Paese dà la preoccupante impressione di essere caduto in mano, con pochissime eccezioni come il ministro Pisanu, ad un gruppo di dilettanti inconsapevoli perchè privi di senso dello Stato.
La mancanza di una capacità di elaborare una proposta politica credibile, forte e soprattutto attuabile, l'uso disinvolto delle Istituzioni a fini di interesse di parte, di gruppi di riferimento, di pochi fidati amici o addirittura personali, o in base alle convenienze della giornata, hanno creato la sensazione difusa di un frazionamento del potere e della possibilità, conseguente, di poterla fare franca se sufficientemente supportati da una buona dose di demagogia e violenza, non soltanto fisica. Così all'ideazione politica, alla ricerca di soluzioni adeguate ai problemi, al confronto dialettico, si è preferita la delegittimazione dell'avversario, il ricorso allo scherno e alla battuta, strumenti intellettualmente più elementari, semplici e mediaticamente spendibili, nel tentativo di nascondere l'incapacità di affrontare e risolvere le questioni sul tappeto.
L'incapacità di contendere il consenso con la forza delle idee, e la conseguente necessità di mettere insieme schieramenti basati sui numeri, ha finito per rendere determinante il ricatto delle ali estreme dei due poli contrapposti, grazie anche ad un sistema elettorale ibrido e che non è stato in grado di garantire la stabilità sulla base della coerenza dell'iniziativa politica. Ecco allora riprendere forza condizionante tutti gli integralismi, politici, religiosi, etnici con tutta la loro carica disgregante.
Così il 20 e 21 marzo si è vissuto un fine settimana all'insegna della violenza di parte, peraltro ampiamente preannunciata. La manifestazione pacifista del 20 marzo è rimasta segnata dalle violente contestazioni verso il capo del più grande partito della sinistra, reo di non essersi lasciato dettare la linea politica sul terrorismo dagli autoreferenziati guru della sinistra antagonista e per questo immediatamente etichettato come "delinquente politico" meritevole di ricevere ceffoni pacifisti. Pochi facinorosi indubbiamente, in un contesto peraltro effettivamente pacifico e gioioso, ma che hanno ancora una volta trovato sponda, copertura e comprensione da una parte non trascurabile dello schieramento della sinistra istituzionale. Il giorno successivo, un grande avvenimento di sport è stato condizionato da pochi capi popolo che, utilizzando notizie false create e fatte circolare al fine di eccitare gli animi di una folla predisposta dal carico di emotività che l'avvenimento sportivo in sé è in grado di generare, hanno scatenato una autentica guerriglia contro le forze dell'ordine la cui professionalità ha evitato conseguenze devastanti. Capi popolo noti per la loro connotazione politica non dissimulata e per i loro precedenti, coccolati, vezzeggiati se non foraggiati, da quelle società di calcio che, dopo una irresponsabile gestione economica, pretendono l'intervento dello Stato, i soldi dei cittadini, senza neanche prospettare correttivi che garantiscano un diverso e più virtuoso futuro e un diverso rapporto con le rappresentanze dei loro tifosi. Senza neanche sentirsi in dovere di condannare con durezza quanto accaduto sotto gli occhi di milioni di persone ed anzi pronte a testimoniare, attraverso i loro rappresentanti e i loro strapagati pedatori, che in fondo nessuno li ha ricattati e minacciati. Irresponsabili, stupidi, arroganti o cosa?
Se tutto ciò è frutto di una transizione iniziata dieci anni orsono, se questi anni rappresentano il tempo richiesto da una classe politica impreparata a raccogliere in maniera così repentina l'eredità dei politici del passato, è ora che si assumano le iniziative adeguate a riportare alla normalità democratica l'Italia. E' ora che si comprenda che l'iniziativa politica va riassunta da chi ha a cuore il futuro del Paese, comunque schierato. E' ora che si dia corso ad una normalizzazione del dibattito politico attraverso il confronto di idee contrapposte ma formulate nella convinzione di volere agire per il bene dei cittadini. E' ora che la politica e lo Stato si riapproprino delle loro prerogative. E' ora che si disarmino e si isolino, ridando loro le dimensioni proprie, la fazioni dell'Ippodromo.
(25/03/04) |
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