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Per il calcio serve il modello del Credito Cooperativo
di Giuseppe Pennisi
Alla vigilia del derby romano e di fronte dell'eventualità di un nuovo tentativo di intervento pubblico "salvacalcio" il nodo di fondo era: come e perché non si trovano imprenditori del territorio per impedire il fallimento di squadre come Roma e Lazio, che pur indebitatissime suscitano ancora tanta passione? E per quale motivo la passione non ha dato vita ad un business fiorente e vitale?
I due problemi sono facce della stessa medaglia: il calcio - quello italiano in modo più esasperato che nel resto del mondo - non è diventato un'industria sana e prospera e, di conseguenza, non riesce ad attirare (tranne poche eccezioni) imprenditori pronti ad investire ed a scommettere sul suo futuro. Sulle determinanti delle disfunzioni aggravatesi nell'ultimo decennio sono stati scritti fiumi di inchiostro. Meno su soluzioni possibili tali, però, da non contemplare la mano provvidenziale dei contribuenti; Pantalone non solo potrebbe mettere a repentaglio la concorrenza a livello europeo ed internazionale ma avrebbe difficoltà a dare spiegazioni in una fase di severe restrizioni di finanza pubblica ed in ci si accinge a ridurre i trattamenti dei futuri pensionati e non si è in grado di fornire indennità di disoccupazione di standard europeo.
Una soluzione tecnica possibile è quella di prendere a modello il credito cooperativo, quale si esplica in vario modo tramite le banche popolari e le ex-casse rurali ed artigianali (da una dozzina d'anni diventate, per l'appunto, banche di credito cooperativo). Un suggerimento in parte in questa direzione è stato lanciato dall'economista Marco Vitale. Lo schema proposto da Vitale è quello delle banche popolari, non quotate in borsa e composte da soci, spesso imprenditoriali e comunque fortemente radicati sul territorio. Le banche di credito cooperativo rappresentano un modello, parimenti ancorato sul territorio, ma al tempo stesso più flessibili, più ampio e più cogente di quello delle banche popolari.
In primo luogo, il requisito di un numero minimo di soci (non meno di 200) consente di quantizzare se la "passione" ha consistenza; se non ci sono almeno un paio di centinaia di tifosi disposti a rischiare in proprio, siamo alle prese solo con un'esaltazione temporanea, forse eterodiretta e drogata. In secondo luogo, il metodo di vigilanza e la regola che i soci mettano mano in via ordinaria e possano ricorre a procedure straordinarie "solo in caso di ben individuate esigenze gestionali" comporta una forte disciplina in capo ad amministratori e sindaci la cui nomina "spetta esclusivamente all'assemblea dei soci". In terzo luogo, i calciatori (le cui remunerazioni paiono essere da favola) diventerebbero soci della squadra: eserciterebbero, quindi, un controllo sociale sia tra colleghi sia sugli amministratori. Avrebbero, inoltre, un incentivo molto spiccato nelle fortune della loro squadra e nella formazione dei più giovani, destinati a succedere a loro (dopo un numero di anni relativamente breve) ed a diventare loro fonte di reddito futuro.
Questa soluzione, che rende possibile continuare ancora a giocare, comporta una transizione. Che non può non implicare un passaggio attraverso le leggi del mercato.
(23/03/04)
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