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Quando il calcio fa politica
di Enrico Cisnetto
Il decreto salvacalcio non salverà il Governo. Il provvedimento, annunciato dal Presidente del Consiglio (e del Milan) direttamente da San Siro sabato scorso assume, dopo le violenze e la sospensione del derby Lazio-Roma, il valore di un "lacrimogeno da stadio" nelle mani della Lega. Un'occasione d'oro per gli sbandati colonnelli di Bossi: con il loro niet potrebbero in un solo colpo far saltare la coalizione di Governo prima del voto, correre da soli alle Europee, tagliar fuori Tremonti (troppo "imbastardito" dai palazzi romani), gridare "Roma ladrona" e rinvigorire la base, spenta dalla malattia del leader del Carroccio.
Se ne devono essere accorti gli intimi raccolti intorno a Madame Bossi che, in assenza del Senatur, la linfa padana rischia di diventare anemica e non c'è tempo da perdere per "riaccenderla". Ecco la strategia. Innanzitutto, il grido dei leghisti contro gli aiuti al calcio è un bollettino medico sulle condizioni di Umberto Bossi.
Se il leader fosse in via di ripresa (come vogliono far credere i "colonnelli") tanto da ristabilirsi completamente in vista del voto di giugno, allora non ci sarebbe ragione di colpi bassi (come questo). Ma la realtà è un'altra. Il "colosso della Padania" giace in gravi condizioni di salute e i suoi temono il contagio per il partito in vista delle Europee.
L'unico rimedio utile è sembrato quello di "riesumare" la base più animalesca (ma più vitale) della Padania, quella che con le istituzioni governative di Roma non è mai andata d'accordo, ma in grado di riportare la Lega sui campi di battaglia più estremisti alzandone il numero dei voti. L'occasione è ghiotta, quindi. Con il salvacalcio accusare il "Berlusca" di conflitto di interessi è un gioco da ragazzi visto che il Milan è stata una delle squadre più indaffarata nel "giochetto" dei trasferimenti di giocatori per rifare il make up al bilancio.
Inoltre, il tema è popolare: chi nelle case degli italiani non ha mai contestato gli stipendi a sei cifre dei giocatori? Infine, l'aggancio al Nord è spontaneo: "perché salvare il calcio e non il tessile affossato dalla concorrenza cinese?", si lascia sfuggire Roberto Maroni, sicuro di colpire favorevolmente gli industriali padani. Allora, cosa succederà il 25? Un giovedì in cui l'effetto bomba sarà duplice: il consiglio dei Ministri dovrà varare le misure per il calcio e il Parlamento il federalismo. Uno scambio in vista? Oppure la Lega preferirà tener fermo il suo no, provocando il crack della coalizione? D'altra parte, se Berlusconi facesse retromarcia per recuperare l'alleato riottoso il calcio fallirebbe per debiti - salvo una riforma drastica del settore, impossibile da realizzare nel breve periodo e comunque non nelle corde del premier - e le conseguenze per il governo finirebbero per essere ugualmente pesanti.
(23/03/04) |
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