Senza una svolta decisiva si va incontro al crac
di Enrico Cisnetto

L'Alitalia perde 50 mila euro ogni sessanta minuti, 1 milione e 200 mila euro al giorno, 36 milioni al mese. La sua condizione è drammatica, da libri contabili in tribunale e tutti a casa. Non è da oggi, e nemmeno da ieri. La nostra compagnia di bandiera ha sempre sofferto, e ciclicamente si è trovata nella condizione di ripianare perdite e tagliare posti di lavoro. Ma il colpo fatale, quello che ha fatto emergere tutti i problemi in un solo momento, è stato l'11 settembre 2001 e la contrazione del traffico aereo che ne è conseguita. Da allora, la situazione è andata solo peggiorando. Così, se nel decennio 1993-2002 i bilanci sono stati praticamente sempre in rosso e il gruppo ha accumulato perdite per 1,9 miliardi di euro (periodicamente ripianate da interventi pubblici), il 2003 è stato uno degli anni peggiori della sua storia, con una perdita operativa superiore ai 400 milioni su un fatturato di circa 4 miliardi. In queste condizioni, mentre le altre compagnie europee - altrettanto colpite dalla crisi - hanno velocemente messo mano a piani di ristrutturazione tanto pesanti quanto inderogabili, l'Alitalia ha atteso non si sa bene quale miracolo. Risultato: Lufthansa, Klm, Air France hanno aggiustato i loro conti. Persino la British Airways, pur essendo la più colpita dalla minaccia-terrorismo, ha appena annunciato il maggior profitto trimestrale da dodici anni a questa parte, conquistato grazie a minori costi per 2,5 miliardi di euro e 12 mila addetti in meno. Alitalia, invece, dopo aver rotto ben due fidanzamenti promettenti (Klm e Air France) per eccesso di pretese, si ritrova single con un fardello finanziario e gestionale che la schiaccia. E questo proprio mentre le stesse compagnie olandese e francese si uniscono per dar vita al più grande colosso aereo mondiale in termini di fatturato (terzo per traffico).
In tutto questo il governo - socio di maggioranza e dunque doppiamente responsabile, verso i cittadini-utenti e verso i piccoli azionisti - ha colpevolmente peccato di ignavia. Prima ha lasciato che le cose si trascinassero senza prendere provvedimenti. Poi ha clamorosamente costretto il management a mettere da parte il piano di ristrutturazione cui pure aveva dato il suo assenso - che eventualmente poteva essere criticato solo per difetto - rendendosi vittima di pressioni sindacali ultra-corporative e ricattatorie (scioperi selvaggi, blocco di aeroporti, ecc.). Infine, stiamo parlando di queste ore, ha dato vita ad un intollerabile spettacolo: guerra interna alla maggioranza sui nomi di possibili nuovi manager (l'amministratore delegato Mengozzi ha signorilmente messo a disposizione il suo mandato dopo aver fatto l'impossibile per salvare l'azienda), balletto di dichiarazioni su improbabili "cordate" pronte a comprare l'agonizzante compagnia. Balletto cui, per fortuna, ha messo fine ieri Berlusconi, chiarendo che in queste condizioni è impossibile privatizzare l'Alitalia. Infatti, qualsiasi investitore si facesse avanti - ammesso e non concesso che ce ne siano in grado di "accollarsi" i conti della compagnia - non potrebbe fare altro che mischiare alla sventure di Alitalia le proprie. In realtà, il dossier della privatizzazione - per cui tra l'altro c'è un dpcm fermo da mesi in Parlamento - avrebbe dovuto camminare di pari passo con l'attuazione del piano di risanamento studiato dal management di Alitalia. Ma se le cose stanno così, cosa si aspetta a mettere mano al portafoglio e nello stesso tempo attuare i tagli necessari? Cosa si pensa di potersi inventare d'altro, se non risanare e poi usare il ticket che per fortuna abbiamo di entrare - certo, dalla porta di servizio - nella super fusione Klm-Air France? Altrimenti, senza una svolta decisiva, l'unica certezza è il crack. E il fallimento di Alitalia non sarebbe solo un danno al prestigio del "made in Italy", ma soprattutto un colpo mortale all'intero sistema economico del Paese. Non possiamo permettercelo.

26/02/2004