La compagnia di bandiera nel "tritacarne" della politica
di Enrico Cisnetto

Prima uno spettacolo indecente, poi un compromesso inutile. Gli ultimi capitoli (ma altri ne seguiranno, statene certi) della "storia infinita" di Alitalia l'hanno resa ancor più paradigmatica dell'incapacità di questo Paese di dotarsi di un minimo di strategia e di uno straccio di politica industriale. Con responsabilità diffuse, che vanno dal governo - mai così diviso - ai sindacati - mai così ottusi - fino a coinvolgere opposizione, sindaci campanilisti e Confindustria (finora dove è stata?). Nè consola il decreto preannunciato per giovedì, di cui sappiamo solo che conterrà riduzioni tariffarie, sgravi fiscali e cassa integrazione per l'intero settore del trasporto aereo. Il fatto che sia sconosciuta l'entità di questi interventi - anzi, peggio, che circolino più ipotesi che fanno pensare ad un nuovo braccio di ferro in consiglio dei ministri - e che il nuovo piano aziendale appaia troppo timido rispetto alla dimensione e drammaticità dei problemi, rende a dir poco scettici sull'esito della vicenda.
D'altra parte, la lettera con cui l'azionista pubblico ha liquidato il management, invitandolo ad attivarsi indipendentemente dal varo del decreto, rende evidente il fatto che se il Tesoro capitolerà di fronte alle pressioni della Lega e di An sarà perchè ritiene assai probabile un altolà della Ue, pronta a bollare i cosidetti "requisiti di sistema" come "aiuti di stato". Ma dato che questa ipotesi era assolutamente prevedibile anche due mesi quando il Governo ha cominciato a lavorare (si fa per dire) al decreto, viene da chiedersi se davvero ci sarà la determinazione a fronteggiare Bruxelles. E, a maggior ragione, ci si domanda: perchè non avviare subito in ambito comunitario un'azione di diplomazia e negoziazione? Forse che tra strepiti anti-euro da campagna elettorale e bracci di ferro sui patti di stabilità, la trattativa era già chiusa prima ancora di aprirla? Una cosa è certa: il maggiore socio di Alitalia - proprio perché pubblico - non può lavarsene le mani. Anzi, la sua è una responsabilità multipla. Verso l'azienda - che otto mesi di rinvii decisionali hanno portato ad un passo dal crack - verso i 22 mila lavoratori e, infine, verso i piccoli azionisti. Sì, proprio quei risparmiatori che, vezzeggiati (a parole) dopo i clamorosi crack di Cirio e Parmalat, ora rischiano di pagare di propria tasca anche (l'evitabile) default di Alitalia. Invece, Alitalia è entrata nel maledetto tritacarne dello scontro politico interno alla maggioranza di governo, e puntualmente il braccio di ferro tra Tremonti e Fini per la scelta del successore di Mengozzi ha presentato il conto. E qui va spesa una parola di chiarezza: fui il primo a scrivere che l'uscita di Mengozzi era inopportuna, ma ora va anche detto che chi era contro Zanichelli dovrebbe ammettere che anche Superman sarebbe riuscito a risollevare le sorti dell'azienda senza la collaborazione dell'azionista di maggioranza.
Quale soluzione, a questo punto? Bruciate tutte le chance degli ultimi due anni, per l'azionista temporeggiatore non rimane che un atto di coraggio: rispolverare il progetto della bad-best company, ma prevedendo mosse più limpide di quelle immaginate qualche settimana fa. Il peso del fallimento della compagnia carica di oneri dovrebbe ricadere sul Governo che, senza incorrere negli strali di Bruxelles, sanerebbe la sua negligenza nei confronti della compagnia di bandiera, mentre la best company potrebbe volare senza complessi di inferiorità in direzione dell'alleanza con il colosso Air France-Klm. Magari riprendendosi le rotte perdute in questi anni, a cominciare da quelle per la Cina, decisive per l'economia italiana.

25/04/2004