|
 |
L'egoismo delle piccole patrie di Enrico Cisnetto
Vogliono il fallimento di Alitalia. A conferma del duro j'accuse di Cimoli di qualche giorno fa, quando il presidente della compagnia aerea aveva evocato un "complotto" ordito da una sorta di partito trasversale europeo, ieri otto società continentali concorrenti di Alitalia hanno chiesto formalmente a Bruxelles di intervenire sul governo italiano per bloccare il piano di ristrutturazione appena approvato in quanto si configurerebbero "aiuti di stato" non consentiti.
A prescindere da quello che risponderà la Commissione europea - che comunque, per coerenza con quanto affermato dalla De Palacio in questi mesi di trattative, dovrebbe respingere la richiesta - è del tutto evidente che si tratta di un classico scontro di interessi, una battaglia di lobbing tra soggetti economici che non risparmiano nessun colpo pur di accaparrarsi il mercato continentale dei passeggeri. Battaglia legittima, s'intende, ma non certo al servizio dei sacri principi della libera concorrenza quanto più prosaicamente funzionale al tornaconto. Per questo, se è fisiologica la reazione di British Airways, Lufthansa e soci, non meno legittima sarà la difesa che Alitalia e il governo di Roma dovranno imbastire in sede comunitaria. Difesa che dovrà dimostrare come anche in molti altri paesi, specie in occasione della crisi del trasporto aereo del 2001, ci siano stati interventi pubblici a favore delle rispettiva compagnie di bandiera.
Certo, più volte su questo giornale abbiamo scritto che spendere 3 miliardi di euro - tra vecchi e nuovi oneri - per salvare l'Alitalia è una scelta giustificata solo dalla capacità di un effettivo rilancio, accompagnato da una definitiva privatizzazione, che il management della compagnia e il governo sapranno eventualmente realizzare. Ma è del tutto ovvio che i risultati si potranno misurare solo a posteriori, mentre un divieto di Bruxelles impedirebbe ogni tentativo, costringendo Alitalia a portare i libri in tribunale. Fallimento cui con tutta evidenza puntano i concorrenti, visto che esso aprirebbe spazi di mercato a prezzi di svendita, forse l'ultima occasione di grande shopping che rimane in Europa.
Piuttosto, questa vicenda induce ad una riflessione sul ruolo della Commissione di Bruxelles e più in generale sullo stato dell'arte della costruzione europea. Il rischio è che gli uffici comunitari diventino una "stanza di compensazione" degli interessi nazionali, tutti legittimi in quanto tali ma palesemente antitetici a quello comune. Anzi, più che un rischio si tratta della realtà di questi anni, quando neppure l'euro è stato capace di produrre un "interesse comunitario" accettato e perseguito da ogni paese. Il fatto è che senza un vero governo centrale, capace di mediare e riassumere interessi e spinte nazionali, è impossibile adottare una politica economica e industriale che non sia semplicemente la somma - non algebrica, perchè vincono sempre i più forti - di quelle perseguite da ogni membro della Ue. E ciò vale soprattutto in settori, come quello del trasporto aereo, dove la necessità di "campioni" sovranazionali è ormai una realtà del mercato. In questo quadro, la nostra colpa non è quella di "aiutare" l'Alitalia, ma di averlo fatto fuori tempo massimo.
19/10/2004

|