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Nel paese è assente la politica industriale di Enrico Cisnetto
Siamo all'epilogo di una vicenda drammatica e vergognosa. Paralizzato come il sistema nazionale dei trasporti - dopo aerei e taxi, ieri si sono fermati anche i treni - il governo non ha nemmeno deciso attraverso quale percorso l'Alitalia andrà incontro all'irreparabile, il fallimento. Assodato questo, ha poca importanza se si arriverà ad una liquidazione della società immediatamente o se si passerà attraverso il percorso più soft del commissariamento e della Prodi-bis o, come più probabile, si continuerà a tergiversare fino al definitivo collasso finanziario della compagnia che, ai ritmi attuali di perdita, è previsto tra quattro mesi. Le possibili vie di salvataggio sono state tutte mancate, a cominciare dal piano dell'ex amministratore delegato Francesco Mengozzi - tutt'altro che "lacrime e sangue", alla luce delle ristrutturazioni di altre compagnie europee - che sei mesi fa avrebbe permesso una via d'uscita soft (l'alleanza con Air France e Klm), ponendo fine a 10 anni di bilanci in rosso e di periodici trasferimenti di soldi pubblici alla compagnia. Allora le resistenze dei sindacati bastarono all'azionista pubblico per non sostenerlo. Si cedette di fronte a quelle proteste pur sapendo che nascevano dall'incapacità di capire che la posta in gioco era la sopravvivenza della compagnia. Purtroppo. è stato molto più funzionale alla continua diatriba interna alla maggioranza mettere anche Alitalia nel tritacarne della polemica politica.
Così, in questi ultimi sei mesi, persi tra cambi manageriali, provvedimenti annunciati e mai realizzati e prove di forza di sindacati e cobas, l'azienda ha bruciato altri 500 milioni di euro, superando il punto di non ritorno. Ora la situazione è talmente degradata che ogni decisione appare compromessa. A cominciare da un eventuale aiuto finanziario: se fosse quello da 200 milioni previsto dal decreto (sospeso) sul settore aereo, servirebbe solo a posporre l'atto di morte, mentre un ingente iniezione di liquidità è resa impossibile sia dai vincoli europei sia dalle necessità di bilancio dello Stato. A questo punto l'unico tentativo di salvare il salvabile è quello di separare attività e passività. Dunque, prima il Tesoro lancia un'offerta pubblica in Borsa per assumere il pieno controllo della società, mettendo al riparo i piccoli risparmiatori dal default, poi procede alla divisione sul modello best-bad company. Debiti, personale in eccesso e impegni vari rimarrebbero a carico della collettività, mentre il "meglio" di Alitalia costituirebbe la base di una nuova società pronta ad entrare nell'alleanza con Air France e Klm, secondo patti già stipulati. A fronte di questa dote, il governo dovrebbe contrattare con la nascente prima compagnia europea le migliori condizioni possibili secondo l'interesse nazionale.
Ma la vicenda di Alitalia trascende la singola crisi aziendale e sottolinea due clamorose lacune dell'attuale gestione del paese: l'assenza di una politica industriale e l'incapacità di gestire le relazioni con le parti sociali. Per aver evidenza della prima lacuna basta vedere Alitalia come l'ennesima crisi di un'azienda italiana a causa della perdita di competitività e dell'incapacità di adattarsi al mercato. Sono ormai centinaia le imprese, grandi e piccole, nella stessa situazione, e mai nel governo si è sentita la necessità di mettere a punto un modello generale d'intervento, né tantomeno di porre mano alle cause generali del declino. Finendo per lasciare spazio alle componenti più antagoniste e irresponsabili del sindacato e dell'opposizione. Cui si reagisce - e qui siamo alla questione delle relazioni industriali - peggiorando le cose. Penso, per esempio, alla recente apertura del ministro Maroni ai cobas e al pulviscolo di sigle sindacali alternative. Maroni per molti versi si limita a certificare la difficoltà che hanno Cgil e in misura maggiore, Cisl e Uil nel gestire e incanalare il malcontento dei lavoratori, ma trattandosi del ministro del Welfare ha pesanti effetti politici: aumenta le divisioni, incoraggia le manifestazioni sempre più violente dei sindacatini in cerca di visibilità, e soprattutto regala spazio proprio a chi davvero fa politica attraverso il sindacato (come hanno dimostrato per l'ennesima volta i metalmeccanici della Fiom alla Fiat di Melfi). Alla fine anche i sindacati non "antagonisti" come Cisl e Uil - e una parte non trascurabile della Cgil - saranno costretti a inseguire la base sulle posizioni più radicali. E' questo il risultato che si vuole ottenere? Il timore è che qualcuno veda nella crisi di rappresentatività dei confederali l'arma segreta con cui vincere lo scontro frontale con il sindacato. E' l'illusione di poter arrivare allo stesso profondo processo di modernizzazione vissuto in Inghilterra sotto Margaret Thatcher dopo la sconfitta dei minatori. Ma, come proprio il caso Alitalia dimostra, guai ad imitare la Lady di ferro senza averne gli "attributi". Un agnellino che ammette i suoi limiti di solito fa meno danni di uno si traveste da lupo.
05/05/2004

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