Così cresce il prezzo da pagare
di Enrico Cisnetto

La vicenda Alitalia racchiude in sé tutti i segni del declino raggiunto dal nostro Paese. Prima di tutto a causa delle scene "deprimenti" che gli aeroporti hanno offerto ancora una volta - forse il lato più evidente della deriva della compagnia di bandiera - con passeggeri chiamati a pagare un prezzo per colpe certo non loro. Poi per le modalità con cui il sistema paese sta affrontando (e pagando) questa ennesima emergenza. Già da un anno - esattamente nel periodo in cui le altre major europee uscivano dal trauma dell'11 settembre a prezzo di dolorose ristrutturazioni - la nostra compagnia aerea si dibatte in una crisi "mortale" che l'ha portata a registrare un buco di 511 milioni di euro nel bilancio del 2003. Ora gli ultimi blocchi dell'attività sembrano darle il colpo di grazia. Dall'inizio di quest'anno, già si contano perdite per 250 milioni di euro, mentre nelle casse della compagnia rimangono poco più di 200 milioni cash. Stando alle stime del management, l'Alitalia perderebbe 1000 euro al minuto, per cui all'azienda rimarrebbero non più di 138 giorni di sopravvivenza. Quattro mesi e mezzo. Saranno sufficienti per prendere una decisione? E soprattutto siamo pronti (cittadini, lavoratori, sindacati e governo) ad accettare la consapevolezza che qualunque soluzione verrà messa in campo comporterà comunque un prezzo alto da pagare? Finora la partita Alitalia è stata giocata con estrema miopia da parte tutti. Dal governo - nelle ultime ore impegnato in una no-stop con sindacati e azienda per salvare il salvabile - non sono mancati gesti dilettanteschi. Il decreto per le misure di sostegno al settore più volte preannunciato, è stato bocciato dalla Commissione Ue prima ancora di essere redatto. Molto spesso è entrato in gioco lo scontro interno alla maggioranza, consumando le residue energie della compagnia. Il braccio di ferro tra Tremonti e Fini sta presentando il conto.
Dopo la sostituzione di Mengozzi, l'azionista-Tesoro ha deciso di spronare il management (sostenuto da An) a fare "da solo" senza contare sugli interventi pubblici. Ma se dal governo ci si sarebbe aspettati maggiore decisione e coesione - se non altro per la profondità della crisi da gestire - non si può certo applaudire all'atteggiamento del sindacato. La rigidità con la quale sono state difese certe posizioni - che se non sono privilegi sicuramente sono condizioni indifendibili in questo contesto - ha contribuito all'aggravamento dei conti e della situazione dell'azienda. Inoltre, l'aver alimentato l'illusione di poter trovare compromessi trattabili (quando non ce ne sono), è alla base della "ribellione" dei lavoratori. In questo modo, il sindacato paga un prezzo altissimo in termini di rappresentatività. Ora, ammesso (e non concesso) che in un'economia globale sia possibile continuare ad assicurare la mobilità anche facendo a meno di una compagnia di bandiera, viene da chiedersi quanto la morte di Alitalia, oltre che di un'azienda e dei suoi 22mila posti di lavoro, gioverebbe all'immagine dell'Italia? Non è necessario che l'azienda rimanga pubblica. Possiamo guardarci intorno, per esempio all'esperienza di British Airways, privata ma con lo stendardo dell'Inghilterra. Noi abbiamo già avuto Cirio e Parmalat, per non contare una lunga fila di marchi del made in Italy ormai in decadenza, e di imprese costrette a portare i libri in tribunale o richiedere la Prodi-bis. Tralasciando il quadro congiunturale che descrive la più lunga stagnazione dal dopoguerra, il salvataggio di Alitalia potrebbe dare un segnale forte. Ma ora è il momento di decidere: pagare il risanamento (vero) della compagnia anche in termini di conflitto sociale o mettere per l'ennesima volta mano al portafoglio a costo di sfidare l'Europa? Forse la soluzione migliore è quelle di separare le attività dalle passività e portare in dote le prime all'alleanza Air France-Klm, o comunque è la meno peggio visto che in questa storia via d'uscita facile non c'è, tanto più con la penuria di coraggio che si vede in giro.

04/05/2004