Ma senza una rotta i tagli saranno inutili
di Enrico Cisnetto

La vicenda Alitalia sta facendo esplodere una forte rabbia dell'opinione pubblica nei confronti del sindacato. Siamo sicuri che si tratti di un sentimento giusto, che può aiutare i diversi soggetti che ne hanno responsabilità a fare il necessario per salvare la compagnia aerea dal fallimento? Di quel sentimento ci sono molte, moltissime buone ragioni.

E non solo perchè è evidente che Alitalia è carica di costi che non può sopportare. A pesare sono soprattutto due cose: la dimensione da privilegio che genera quel surplus di costi, vuoi in termini di eccesso di personale e di regole e regolette che ne delimitano l'impegno lavorativo, vuoi di eccesso di garantismo che travalica il concetto di tutela per finire appunto sul terreno del privilegio; la mancanza di disponibilità dei sindacati, specie quelli autonomi e le strutture di base dei confederali, ad accettare quello che anche solo alla luce del buon senso dovrebbe essere pacifico. Insomma, se si vuole salvare l'Alitalia - ma sarebbe più corretto dire: se si voleva evitare di ridurla così - bisogna accettare l'idea che in essa ci lavorino meno persone delle attuali e che quelle che rimangono aumentino significativamente il loro tasso di produttività. Senza se e senza ma.

Tutto questo, però, non esaurisce la questione. Anzi, essa è solo una delle condizioni, e senza le altre c'è il rischio che la semplice riduzione dei costi, da un lato si riveli inutile e dall'altro appaia agli occhi dei lavoratori e dei sindacalisti come punitiva, o comunque rappresenti per loro un formidabile alibi per difendere lo status quo. Dunque, c'è bisogno di almeno due altri ingredienti per riuscire nel salvataggio di Alitalia. Il primo riguarda gli obiettivi, il secondo gli strumenti. Ed entrambi dipendono molto più dal governo e dalle forze politiche che dall'azienda stessa, non fosse altro perchè l'azionista di maggioranza relativa resta il Tesoro.

L'aver lasciato precipitare la situazione fino a questo punto - le responsabilità centro-destra e centro-sinistra se le dividono equamente - in apparenza rende possibile un solo obiettivo: non portare il libri in tribunale. In realtà, un disegno di politica industriale degno di questo nome - e soprattutto degno di un serio tentativo di fermare il declino strutturale del Paese - deve andare oltre. Per esempio, occorre domandarsi se ha ancora senso avere una compagnia di bandiera. La mia risposta è sì, sempre che, naturalmente, per essa non s'intenda un costo a carico della collettività, ma uno strumento del sistema paese. L'importante è che si decida subito che futuro si vuole dare alla compagnia, e poi programmare le tappe del risanamento e del rilancio. E che ci sia bisogno di un'Alitalia forte ce lo dicono, tra le altre cose, quei cento milioni di cinesi con reddito occidentale che sono pronti a rappresentare il business turistico più significativo della storia umana. Da ieri è in vigore l'intesa tra Ue e Cina che liberalizza i viaggi, ma noi partiamo già handicappati proprio per mancanza di collegamenti aerei, visto che Alitalia ha soppresso già da tre anni le linee per Pechino e Shanghai, oltre che Hong Kong. Voi pensate che i voli offerti da Lufthansa, Air France e British Airways, oltre ad essere rigorosamente via Francoforte, Parigi e Londra (a discapito di Fiumicino e Malpensa, ancora protagoniste di una lotta fratricida), spingano i turisti cinesi in Italia?

E veniamo agli strumenti. Perseguire l'obiettivo di un'Alitalia forte non significa necessariamente una compagnia nè pubblica - in Europa e nel mondo ci sono molti esempi di ex compagnie di Stato privatizzate ottimamente funzionanti, e sono sicuro che molti fondi di private equity sarebbero interessati a comprare - nè "sola", giacchè un'alleanza internazionale è necessaria. Quanto ai modi, per Alitalia potrebbe addirittura essere meglio passare attraverso un fallimento "pilotato" - la parola è d'obbligo - come ha fatto per esempio Swissair subito dopo la crisi originata dall'11 settembre. Ma se così non fosse, la divisione in due della società e l'uso massiccio dell'outsourcing rappresentano passaggi indispensabili.

Per favore, dalle parti del Tesoro e di palazzo Chigi, qualcuno dia a Cimoli un mandato preciso. Senza perdere altro tempo. Altrimenti rimarranno solo gli odiati scioperi.

02/09/2004