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Intervento di Luca Cordero di Montezemolo
al convegno "Crescere"
Bari, 19 marzo 2005
Autorità, cari colleghi, amici,
abbiamo sentito importanti affermazioni e considerazioni da parte di
politici, di rappresentanti di istituzioni, di esperti e di colleghi
imprenditori. Voglio ringraziarli tutti per le cose dette e per essere
stati con noi in questo momento, così rilevante, a testimoniare il valore
della piccola impresa.
Vi guardo, mi guardo intorno, vi conto, vedo le vostre facce e dico:
questa è la Confindustria! E' la casa delle imprese italiane, di tutte
le imprese italiane, di quelle grandi, di quelle piccole, di quelle
che vogliono crescere, di quelle che difendono le loro dimensioni. Voi
avete dato oggi la migliore risposta a chi dice che Confindustria rappresenta
solo la grande impresa.
In un Paese che purtroppo sembra dividersi su tutto, voglio ringraziarvi
per questa dimostrazione di forza e di coesione.
Ma voglio anche ricordare che, non a caso, siamo a Bari, nel Sud d'Italia,
a parlare di piccola impresa. Fare piccola impresa è duro in tutti i
paesi. Farlo in Italia è forse anche più difficile. Ma farlo nel Mezzogiorno
è spesso un atto di eroismo. Ed io voglio ringraziare, qui, quegli imprenditori
del Sud che non hanno rinunciato, che insistono, che lavorano in condizioni
di difficoltà, con impedimenti che spesso non hanno nulla a che vedere
con l'economia.
Grazie, imprenditori del Sud, per quello che fate per il Paese. Perché
la piccola impresa è, spesso, la porta d'ingresso dei giovani nella
società e nell'imprenditoria, dove ognuno ha dignità e può essere valutato
per quello che merita.
La piccola impresa costituisce nel Sud d'Italia un pezzo delle nostre
istituzioni. Quel pezzo che contribuisce a costruire la società civile
e che argina così la prepotenza del malaffare.
Per questo, anche per questo, dobbiamo sostenere le piccole e medie
imprese, in Italia e qui nel Mezzogiorno. Dobbiamo rendere loro la vita
più semplice riducendo il grado di complicazione burocratica del nostro
Paese.
E' fondamentale ottenere tempi di risposta più rapidi dalla Pubblica
Amministrazione.
Badate bene: questa è un'esigenza per tutte le imprese e per tutti i
cittadini italiani. È un elemento forte della catena della competitività.
Ma per il Mezzogiorno assume un ben altro significato.
Dietro la complicazione legislativa e burocratica si annidano i mediatori,
i "facilitatori", gli amici degli amici, quelli che conoscono le scorciatoie,
quelli che promettono un occhio di riguardo. Insomma tutta la congerie
di traffici che confina e spesso "sconfina" con l'illegalità, la corruzione,
l'intimidazione, il ricatto.
Rendere le leggi più semplici ed applicarle severamente, costituisce
un passo rilevante per recuperare il senso della legalità in questo
Paese, restituire legittimità ed autorevolezza alle Istituzioni, abbattere
il grado di corruzione e contrastare la malavita.
A queste condizioni il Mezzogiorno - e non è una frase fatta
- può davvero essere una grande opportunità per la nostra economia.
Innanzi tutto, attraverso lo sviluppo industriale, che è possibile
riprendere e consolidare anche in un rapporto più stretto con un sistema
universitario che qui nel Sud si sta affermando in modo evidente.
Ma anche con la consapevolezza che esistono spazi enormi per servizi
qualificati, a cominciare da un grande Progetto industriale del Turismo che deve comprendere trasporti, infrastrutture, beni culturali e che
è la più grande opportunità di far conoscere i propri prodotti ai consumatori
di tutto il mondo. Un progetto che Confindustria - come dimostra anche
la giornata di lavoro in programma a Napoli per fine aprile - ha messo
al centro dei suoi programmi.
Tutto ciò significa per me, per noi, rappresentare le giuste istanze
di un Sud moderno, che non piange, che vuole crescere dal punto di vista
imprenditoriale, che non chiede protezioni, ma condizioni e opportunità
uguali a quelle del resto del Paese.
Le piccole imprese, al Sud come al Nord, sono la legittimazione della
società che lavora, sono il sale della nostra economia. L'Italia è il
paese delle piccole e medie imprese. Tutti ci auguriamo che esse crescano
ancora in numero e dimensione, così come ci auguriamo che presto avremo
anche altre grandi aziende.
Ma le piccole sono il terreno della nascita delle nuove iniziative.
Dunque, sono il nostro futuro.
Le piccole e medie imprese degli anni 2000 saranno diverse, più grandi
e più strutturate di quelle finora conosciute.
Operare su un mercato globale impone che la piccola impresa, pur rimanendo
piccola, abbia una organizzazione più complessa, utilizzi professionalità
che sappiano operare su mercati diversi, interagisca con operatori molteplici,
abbia una struttura di comando articolata e trasparente per poter accedere
al credito ed al capitale di rischio.
La piccola impresa di domani deve crescere come struttura e come
organizzazione e anche come dimensione. Non è una contraddizione, ma
una realtà già conosciuta dal nostro Paese.
Come documentano le analisi presentate in questo convegno, le piccole
imprese stanno già cambiando. Per linee interne, per intuizioni
colte sui mercati e dai concorrenti, per quella molla interna che caratterizza
il piccolo imprenditore pronto a sperimentare.
Peraltro, a conferma di questa vocazione ad innovare, le PMI stanno
dando alle donne italiane quel ruolo che altrove hanno più difficoltà
a vedere riconosciuto.
Le imprese a guida femminile crescono nel mondo della piccola
e comincio a vedere più donne anche nelle nostre riunioni. Vogliamo
più donne nel mercato del lavoro, più donne nei piani alti delle imprese,
più donne imprenditrici. Più donne in Confindustria.
Ma torniamo ai problemi generali. Non v'è dubbio che proprio sui mercati
internazionali la dimensione gioca un ruolo rilevante. Tuttavia
si tratta di una dimensione che non si esaurisce nel numero degli addetti
o nell'ammontare del fatturato. L'imprenditore italiano, anche quello
medio-piccolo sta imparando a pensare in grande, oltre ai confini della
propria impresa. Coniugando la naturale spinta individuale con una capacità
di collaborare con altri colleghi. Bisogna acquisire sempre di più la
logica del collaborare per competere.
Peraltro è questa una logica che molte piccole imprese conoscono bene
perché si tratta della straordinaria storia dei nostri distretti industriali.
Realtà che hanno giocato un ruolo determinante nel diffondere le innovazioni
delle medie imprese e nel trasmetterle dalle medie alle piccole. Così
come le medie hanno fatto da traino alle piccole nei processi di internazionalizzazione.
Operare su molti mercati, con strumenti di finanza moderni, con tecnologie
nuove e con contenuti di servizi, implica una organizzazione dell'impresa
articolata e trasparente, dove ci sia massima separazione tra proprietà
e gestione, tra famiglia ed impresa.
Su questi temi sono intervenuto più volte. Quando dico che, se abbiamo
perso di competitività, c'è anche qualche responsabilità delle imprese,
voglio dire che lamentarsi non basta.
Bisogna operare anche con le condizioni che abbiamo, facendo leva
su noi stessi. E se il contesto esterno alle imprese nel nostro
Paese è più difficile, noi dobbiamo anche fare di più. Certo faremo
tutto il possibile per cambiare il contesto esterno. Ma intanto il nostro
primo dovere è quello di essere comunque competitivi.
Fatto il nostro dovere, saremo anche più capaci di costringere gli altri
a fare altrettanto.
Voglio anche dire che questo cambiamento organizzativo, questa crescita
dimensionale sta già avvenendo, come mostrano le esperienze e le testimonianze
che abbiamo ascoltato in questi giorni.
So bene che le nostre piccole e medie aziende sanno camminare con
le loro gambe. Non servono agenzie che si sostituiscano alle imprese.
Non pensiamo che basti una Sviluppo Italia che metta un po' di soldi
a pioggia. Serve una politica per l'impresa, che è cosa diversa
dalla politica industriale: è la costruzione di un ambiente favorevole
o almeno non ostile all'industria.
Bisogna ricreare le condizioni per attrarre gli investimenti esteri,
guardando con particolare attenzione ai nuovi grandi protagonisti dell'economia
globale.
E il primo elemento che favorisce l'impresa e che costituisce la molla
della crescita, è sempre stata la concorrenza. Lo sanno bene le nostre
PMI che, a differenza di altri, alla concorrenza non si sono
mai sottratte, e questa esposizione ha rappresentato il fattore principale
della loro forza.
Ma la concorrenza non può riguardare solo le PMI. Deve essere la base
di tutto il mercato interno ed internazionale, affinché ci siano stimoli
positivi per tutti. E l'Italia deve fare ancora molta strada sulla via
delle concorrenza: nei servizi professionali, nella distribuzione, nei
trasporti, nell'energia, nei servizi finanziari, nelle stesse imprese
industriali. Non possiamo pagare prezzi superiori a quelli dei nostri
concorrenti europei, per servizi che, a pochi chilometri da noi, costano
decisamente meno.
Confindustria ha avviato una riflessione ampia sulla concorrenza nel
nostro Paese. E intende presentare un grande progetto per la concorrenza,
poiché la consideriamo, insieme alle liberalizzazioni, un'assoluta
priorità.
Confindustria vuole essere il promotore della concorrenza, per
accelerare un processo che da noi si è aperto molto tardi e con molte
titubanze in tanti settori della vita economica.
Le protezioni di cui godono molti settori sono diventate dei costi
insopportabili per altri. Tali costi si misurano, in una burocrazia
lenta, in un corpo di professioni e mestieri retti da albi, licenze
e tariffe, in monopoli di settore che generano costi elevati per
presunti fini generali.
Ogni protezione crea delle rendite che poi non si riesce a sopprimere,
anche perché genera corporazioni agguerrite. Così era ai tempi in cui
c'erano dazi e quote di importazione generalizzati.
Sia chiaro, altra cosa è il tema delle regole che riguardano il commercio
internazionale. Se ci sono comportamenti sleali e scorretti da parte
di produttori di altri paesi, occorre mettere in moto tutte le iniziative
previste. Così come non c'è da scandalizzarsi se, in casi estremi,
si ricorre a misure di salvaguardia, peraltro regolate dai trattati
internazionali.
L'Italia non deve rinunciare a nessuno strumento. E soprattutto non
deve farlo l'Europa, che ha una competenza esclusiva sulle politiche
commerciali dell'Unione. La concorrenza sleale, quella sostenuta da
aiuti pubblici e quella basata su azioni di dumping economico, è
illecita e va sanzionata.
La Confindustria ha fatto sentire con chiarezza la propria voce. E bene
ha fatto il Governo a sollevare il problema in sede europea. Ci attendiamo
risposte rapide, senza aspettare che le nostre aziende vadano fuori
mercato. Non dimenticando il criterio, fondamentale, della reciprocità
delle politiche commerciali.
Ma la via maestra per la difesa delle imprese - e, direi, della loro
italianità - resta quella di renderle competitive. E il primo modo di
farlo è quello di togliere gravami e oneri che non hanno eguali nel
mondo. Noi vogliamo che le imprese italiane restino a guida nazionale,
crescano, conquistino altri mercati.
Non è sciovinismo, ma coscienza che un mercato nazionale, fatto di imprese
forti e competitive, costituisce un fattore irrinunciabile per la ricchezza
del Paese, per la sua capacità di crescita.
Lo dico anche pensando ad alcuni settori con filiere particolari come l'industria alimentare. Una realtà che gioca un ruolo importante
anche a livello internazionale per la promozione dell'intero settore
agroalimentare. Un ruolo che spiace non vedere adeguatamente riconosciuto
da tutti gli operatori di quel grande comparto che è l'agricoltura.
Ma più in generale, non dobbiamo dimenticare quanto pesi, anche sulle
attività delle PMI, il quadro complessivo di riferimento, le grandi
scelte che orientano il paese. E in questa chiave, io penso che forse mai come oggi si è avvertita la necessità di una vera visione condivisa
della futura vocazione dell'Italia.
Dobbiamo decidere tutti insieme - il governo e le forze politiche,
i sindacati e le associazioni di impresa - se questo paese vuole confermare
oppure no la sua vocazione industriale. E dobbiamo decidere insieme
come l'Italia può specializzarsi nell'industria di qualità, nello sviluppo
dell'innovazione e dell'eccellenza.
Come ricordato ieri dal Presidente Trichet, in Italia negli ultimi sei
anni il tasso di crescita cumulato del costo del lavoro per unità di
prodotto nel settore manifatturiero è stato del 15,7% contro una media
dell'area euro del 3,1%. D'altro canto il tasso cumulato di crescita
della produttività è stato nel nostro paese solo dell'1,1%.
Per questo Confindustria ha posto all'attenzione del Paese una serie
di questioni che sono cruciali.
Il primo tema è quello dell'internazionalizzazione, un patrimonio
dei grandi gruppi che deve diffondersi a tutte le imprese. Le grandi
devono fare da traino alle piccole, in una logica di sistema come abbiamo
cominciato a fare in Cina e in India e come faremo nei prossimi mesi
in Bulgaria e in Turchia. E l'anno prossimo in Brasile e Russia.
Il made in Italy deve significare una capacità più generale delle
nostre produzioni di occupare le fasce alte del mercato globale.
Abbiamo lanciato un vero grido d'allarme sul costo dell'energia che
in Italia continua ad essere troppo poca e troppo cara. Paghiamo
il prezzo di vecchie scelte sbagliate, di resistenze incomprensibili
alle realizzazioni anche più semplici e, come ricordavo prima, ad una
situazione di mercato che ha bisogno di più concorrenza.
Su quest'ultimo punto stiamo facendo un lavoro in profondità anche all'interno
di Confindustria e ritengo che sia un fatto molto positivo che appartengano
a questa nostra casa comune produttori e utilizzatori. Ci siamo impegnati
ad un confronto senza zone franche.
A tutti, a cominciare dai decisori pubblici, dobbiamo chiedere che gli
errori e le pigrizie del passato siano corretti in funzione dello sviluppo.
E un analogo richiamo dobbiamo fare per il problema dell'acqua.
Stiamo insistendo molto sulla questione della logistica: un fattore
chiave che sui costi delle nostre imprese ha un peso assai più elevato
rispetto ai paesi nostri concorrenti. Siamo al lavoro, con tutte
le nostre associazioni interessate, per definire un vero progetto per
la logistica.
Ma possiamo già dire che sono necessarie infrastrutture importanti da
realizzare in tempi certi. Meglio qualche cantiere aperto in meno
ma qualche lavoro in più portato a conclusione. E ben vengano i
commissari per le grandi opere se questo significa superare procedure
estenuanti e diritti di veto incredibilmente frammentati.
Servono progetti integrati in grado di rafforzare l'intermodalità. E
poiché siamo nel Mezzogiorno, vorrei ricordare l'importanza del sistema
dei porti per consentire di cogliere appieno le opportunità offerte
dalla collocazione di questa nostra area del Paese al centro dei traffici
mediterranei. Questo anche in vista dell'apertura dell'area euromediterranea
di libero scambio nel 2010, appuntamento al quale non possiamo arrivare
impreparati.
La logistica, peraltro, non è solo un problema industriale. Se vogliamo
davvero fare del turismo una delle grandi voci per lo sviluppo del paese - e non solo continuare a parlarne- dobbiamo renderci conto che i turisti
non li porta la cicogna. E che disporre di bellezze naturali ed artistiche
uniche al mondo può anche non bastare.
Continuiamo a richiamare la grande importanza della formazione che vuol dire innanzitutto università più moderne, allineate alle migliori
esperienze europee e più attente alla domanda di conoscenze tecnologiche
e scientifiche di cui il Paese ha bisogno. Facciamo insieme ogni sforzo
per rendere sempre più stretto il rapporto tra impresa, università e
territorio.
Ma abbiamo anche bisogno di istituti tecnici aggiornati ed efficienti,
perché molte imprese ancora oggi richiedono periti industriali preparati,
dotati di pragmatismo tecnologico e di metodo scientifico.
Voglio ribadire qui l'importanza che gli imprenditori attribuiscono,
nel complesso del sistema formativo, al futuro dell'istruzione tecnica. L'identità degli istituti tecnici deve essere preservata. La
loro tradizione deve essere rafforzata nell'ambito dei nuovi licei tecnologici
ed economici previsti dalla Riforma.
Abbiamo posto la centralità della ricerca e dell'innovazione come condizione essenziale perché le nostre imprese possano competere
al meglio sui mercati di oggi e soprattutto sui mercati di domani. E
il sistema delle piccole e medie imprese va messo nelle condizioni di
partecipare al grande impegno per l'innovazione. Innovazione a 360 gradi,
che deve essere il DNA dell'Italia di domani.
Abbiamo chiesto strumenti semplici, come il credito d'imposta per
commesse di ricerca affidate da piccole e medie imprese alle nostre
università. Il Fondo rotativo per la ricerca è importante, ma per
molte piccole il contributo in conto interessi può non bastare.
E' una proposta in cui crediamo e per la quale insisteremo nei prossimi
mesi. Così come chiediamo con forza che venga cancellata l'assurdità
dell'aumento dei costi di registrazione dei brevetti, mentre tutti diciamo
che occorre puntare sulla ricerca e l'innovazione.
Abbiamo cercato di richiamare l'attenzione su un problema che riguarda
i cittadini, tocca l'intero mondo delle imprese e per le piccole aziende
è addirittura un elemento di sopravvivenza. Parlo del sistema della
giustizia in Italia. Non mi riferisco alle questioni che hanno dominato
un dibattito spesso assai aspro negli ultimi anni, ma alla giustizia
civile.
Per chi opera sul mercato, la certezza dei contratti che stipula,
è base della vita economica. Questa certezza è fatta di affidabilità
degli operatori, di leggi semplici e chiare, di contratti corretti,
di applicazione rapida e puntuale della legge.
Se chi trasgredisce un contratto non subisce rapidamente una sanzione,
allora prevale la legge del più furbo, i comportamenti illegali dilagano
e chi ha ragione subisce il danno e le beffe. In queste situazioni i
costi di transazione crescono, crolla l'affidabilità del sistema e i
deboli soccombono. Le piccole imprese, ma non solo, sono spesso vittime
di questa situazione.
Le imprese hanno grande rispetto - lo dico con chiarezza - per il compito
della Magistratura, per quello del Governo e del Parlamento.
Ma non possiamo non constatare che nel nostro paese i tempi della giustizia
sono lenti - i più lenti d'Europa - le sentenze sono spesso inapplicate
e sovente arrivano quando chi aveva ragione non esiste più perché nel
frattempo ha dovuto dichiarare fallimento.
Accelerare i tempi della giustizia garantendo sentenze giuste è una
necessità per le imprese, è un'esigenza del Paese.
Infine, abbiamo rivendicato una politica che favorisca la crescita
dimensionale ed organizzativa delle imprese e rafforzi la loro capacità
di stare sul mercato: esse saranno capaci di tenere la concorrenza con
i paesi emergenti e con le imprese dei paesi sviluppati, se la dimensione
consentirà loro di fare innovazione, ricerca e di dotarsi di servizi
avanzati.
Le agevolazioni fiscali per le fusioni, previste dal pacchetto per lo
sviluppo approvato la scorsa settimana, vanno nella direzione di favorire
la crescita dimensionale delle piccole imprese senza disperdere le capacità
esistenti.
Ma non possiamo fermarci alla deduzione di parte delle spese di consulenza.
Occorre fare di più, molto di più, se siamo convinti che questo sia
un problema fondamentale per lo sviluppo del Paese.
Altrettanto urgente è l'aspetto della finanza. La crescita impone
una maggiore capitalizzazione e strumenti finanziari che sappiano realizzarla
mantenendo quella unitarietà di comando da parte dell'imprenditore che
è necessaria in presenza di una dovuta trasparenza.
Oggi abbiamo in più la necessità di evitare che la destinazione di
flussi di TFR penalizzi le imprese privandole di una importante
fonte di autofinanziamento. E' quindi essenziale trovare adeguate forme
di compensazione, sia attraverso una riduzione del costo del lavoro,
sia facilitando l'accesso al credito. La nostra posizione su questo
problema è molto chiara e soprattutto molto determinata.
Noi dobbiamo fare di tutto per orientare verso il mercato finanziario
italiano le risorse di risparmio legato al TFR. Se verrà a mancare
da parte degli emittenti italiani, ossia delle nostre imprese, una offerta
di investimento attraente si rischia che una parte consistente delle
risorse finanziarie raccolte nel Paese grazie anche alla liberazione
del TFR si rivolga stabilmente verso l'estero. E questo noi non possiamo
permetterlo.
Ecco allora che dobbiamo innovare anche nell'offerta di strumenti finanziari
adatti per le PMI. Penso ai bond di distretto che consentono
di raccogliere fondi e di suddividere il rischio su più operatori, superando
così la fragilità di ogni singola piccola impresa. Penso alla assicurazione
dei crediti che rappresenta un altro strumento per suddividere il
rischio. Penso ad un Private Equity che sappia investire in controllo
e consulenza oltre che in risorse finanziarie nelle PMI, ed abbia la
capacità di rimanere più a lungo nel capitale rispetto ai fondi normali.
Penso ad un ruolo nuovo dei Confidi: una realtà che in Italia
ha assunto dimensioni rilevanti rispetto all'esperienza europea, grazie
anche all'azione delle nostre associazioni territoriali ed alla componente
della Piccola Impresa.
I Confidi dovranno giocare un ruolo rilevante e possono anche fare il
passo verso la trasformazione in intermediari finanziari, nati direttamente
dalle imprese e dal sistema associativo.
Certo, la crescita non dovrà riguardare solo le imprese industriali.
Anche tutto il mondo dei servizi, che è fondamentale per lo sviluppo
delle imprese, deve fare un passo in avanti verso un sistema più moderno
e più aperto alla concorrenza.
Le banche italiane, che sono imprese per le imprese, dovranno
assumere dimensioni tali da potersi finalmente confrontare sui mercati
internazionali, accompagnando davvero le nostre imprese che oggi all'estero
sono spesso troppo sole.
Le professioni dovranno abbandonare le loro protezioni per conseguire
dimensioni di impresa, ciò che le metterà a riparo della concorrenza
più che l'anacronistico sistema di albi e di tariffe. E qui praticamente,
da tanti anni, è ancora tutto da fare. Anche se abbiamo apprezzato il
fatto che, d'ora in avanti, per acquistare un'automobile, nuova o usata,
non si dovrà andare dal notaio.
L'aver immaginato la possibilità di costituire albi, ogni volta che
una attività tocchi "interessi costituzionalmente rilevanti", significa
aver sancito per sempre che la concorrenza non farà parte del mondo
delle professioni. E che dire dell'obbligatorietà di iscrizione
agli albi anche per i dipendenti che nelle nostre aziende svolgono attività
che "richiedono abilitazione professionale"? Altro non significa
che maggiori costi, maggiore rigidità, maggiori tutele per i professionisti
a scapito delle imprese e dei cittadini.
Ma costruire un ambiente atto a rendere più facile il fare impresa,
significa oggi in Italia porsi in maniera molto seria il problema della politica fiscale e contributiva. Una politica fiscale che
sappia davvero incentivare il fare impresa, che premi gli utili reinvestiti
in azienda e incoraggi la propensione al rischio del vero imprenditore
rispetto alla rendita.
Abbiamo sentito il programma del Presidente del Consiglio che punta
per l'anno prossimo ad una importante riduzione della pressione fiscale.
E abbiamo sentito parlare in modo inequivocabile dell'abolizione dell'Irap.
Questa volta occorrerà prestare una forte attenzione alle esigenze delle
imprese che sono chiamate a competere, anche solo in Europa, con paesi
dove la produzione di ricchezza è tassata infinitamente meno che in
Italia.
E se tutti siamo d'accordo che l'Irap è una imposta perversa
ed iniqua, non basta fermarsi alle analisi. E nemmeno possiamo aspettare
che sia la Corte di Giustizia Europea a dichiararla incompatibile con
il diritto comunitario. Cominciamo da subito a lavorare per una modifica
radicale.
La vera questione è che in ogni caso dobbiamo destinare una parte
significativa della riduzione della pressione fiscale a rendere le imprese
più competitive, passando dalle parole ai fatti. Magari liberando
risorse attraverso la riduzione della spesa pubblica e degli sprechi
che ancora in essa si annidano.
Questo deve essere un impegno per il Governo di oggi e per il Governo
della prossima legislatura. Questa deve essere la vera promessa da mantenere. Solo con una minore e più qualificata spesa pubblica sarà possibile
garantire nel tempo minori tasse per i cittadini e per le imprese.
Il giudizio dell'Avvocato generale della Corte Europea deve essere l'occasione
per affrontare seriamente questi problemi. E suggerirei di cominciare
a farlo prima della sentenza della Corte.
Dalla politica della tassazione all'annoso problema del cuneo fiscale
e contributivo il passo è breve. E' un problema che dobbiamo affrontare
se vogliamo fare qualcosa di concreto per rendere più competitiva la
struttura dei costi e per garantire il potere d'acquisto dei redditi
più bassi, da lavoro dipendente. Quelli dei lavoratori che le tasse
le pagano davvero, così come le pagano le imprese. Un intervento di
questo tipo servirebbe anche a ridurre l'area del sommerso, che
continua ad avere dimensioni patologiche.
Lo dico al Governo, naturalmente, e lo dico ai sindacati.
Noi abbiamo scelto senza riserve e senza tatticismi, il dialogo e
il confronto. Per noi dialogare è un metodo, poi ciascuno
deve fare la propria parte per affrontare l'urgenza delle questioni
nella consapevolezza che i tempi dell'economia e della competizione
internazionale non siamo noi a determinarli.
Per questo mi sento di dire che oggi serve a tutti un po' più di coraggio
per guardare in faccia le ragioni delle difficoltà, per trovare soluzioni
e per avere, anche in questo campo, la voglia di innovare.
Superando rigidità anacronistiche e ritrovando uno spirito che sappia
guardare al successo dell'impresa come ad un bene di tutti.
Noi siamo andati avanti con le nostre riflessioni e siamo pronti a discutere.
Nella consapevolezza che è sul sistema delle imprese, e segnatamente
sull'industria manifatturiera, che abbiamo costruito il grande sviluppo
del nostro paese e che su queste basi possiamo realizzare una nuova
fase di crescita.
In questo senso ho apprezzato il riferimento fatto da Romano Prodi alla
centralità dell'industria manifatturiera, così come ritengo importante
il richiamo alla necessità di ridurre la pressione fiscale sulle imprese.
Noi continueremo ad insistere su un punto. L'economia e le imprese
come fattore di sviluppo devono tornare al centro dell'attenzione del
governo, della politica e delle parti sociali. L'economia è la priorità
numero uno del Paese.
Diversi mesi fa abbiamo cominciato a porre il problema della perdita
di competitività del sistema, sollecitando interventi strutturali per
contrastare una tendenza che ci sembrava emergere chiaramente da alcuni
indicatori chiave come la produttività, le quote di mercato internazionale
e via dicendo.
Questa settimana la più grande autorità istituzionale in queste materie,
la Banca d'Italia, non solo ha confermato la nostra diagnosi ma ha addirittura
quantificato in un 25% la perdita di capacità competitiva negli ultimi
cinque anni.
Occorrono scelte chiare e coraggiose.
Noi prendiamo atto, Presidente Berlusconi, che il provvedimento per
lo sviluppo varato la settimana scorsa va nella giusta direzione,
in particolare per quanto riguarda la riforma del diritto fallimentare,
che il sistema delle imprese richiede da anni e che ci aspettiamo venga
effettivamente realizzata in tempi strettissimi. E' indispensabile
un percorso parlamentare veloce e lineare, con l'approvazione contestuale
del decreto e del disegno di legge che sono stati varati come elementi
complementari di una sola manovra.
Ma è appunto l'inizio di un percorso - quello per il ritorno
ad una vera competitività del nostro sistema - su cui si dovrà andare
avanti con decisione nell'ultimo anno della legislatura e nel quinquennio
che verrà. L'importante, dunque, è che sia il primo di tanti passi futuri.
Sappiamo che la realizzazione di una nuova fase di crescita dell'economia
italiana è oggi un obiettivo obbligato, non facile e certamente ambizioso.
Per questo c'è bisogno di chiamare a raccolta tutte le risorse migliori
di cui disponiamo per un progetto che coinvolga tutto il paese, tutte
le categorie.
Ci servono grandi energie perché il paese, non da oggi, non cresce
e questa non è un'affermazione politica, è una constatazione statistica.
L'economia, così come i dati che la fotografano e la raffigurano, non è di destra né di sinistra. Non sta con il governo e non sta
con l'opposizione. E non ama l'eccesso di polemica politica.
L'economia siamo noi : le imprese, i lavoratori, i risparmiatori,
i consumatori, le istituzioni. E sentiamo il bisogno di un grande progetto
per ridare a questo paese condizioni per competere e voglia di vincere.
E' un progetto urgente e non possiamo accettare il rischio di rinviare
tutto alla prossima legislatura. Non ce lo possiamo permettere. Con
i problemi che dobbiamo affrontare, non possiamo accettare che dopo
le regionali si riapra subito una nuova campagna elettorale lunga un
anno.
Noi ce la stiamo mettendo tutta, con passione, con convinzione. Sentiamo
come imprenditori l'orgoglio e la responsabilità di essere forti
componenti della classe dirigente. Oggi qui a Bari c'è un grande spaccato
dell'Italia che vuole tornare a crescere, ritrovando quello spirito
del dopoguerra che in pochi decenni ci ha consentito di entrare a buon
diritto nel gruppo dei sette paesi più industrializzati del mondo.
Alle forze politiche, alla maggioranza come all'opposizione, diciamo
che serve una politica alta, di grande coerenza, senso dello Stato
e impegno civile. Perché è con le scelte di oggi che si costruisce
l'Italia di domani, quella che sarà tra vent'anni, quella che vogliamo
per il futuro delle nostre imprese e dei nostri figli.

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