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Intervento del Prof. Giovanni Bazoli
Presidente di Banca Intesa

all'Assemblea generale della Banca d'Italia
Roma, 31 maggio 2004

Signor Governatore, Signori Partecipanti,

negli ultimi anni e specialmente in quello appena trascorso il sistema bancario ha corso due gravi rischi, che avrebbero potuto sfociare in una crisi strutturale del processo di sviluppo. Un rischio attiene al rapporto con il sistema industriale ed i risparmiatori, l'altro al rapporto con il potere politico.

Di fronte alle crisi di alcuni grandi gruppi industriali, che hanno pesantemente colpito gli interessi dei risparmiatori e hanno procurato una grave turbativa dei mercati finanziari, è mancata da parte di molti osservatori - tra cui esponenti di spicco della classe dirigente e delle istituzioni - un'analisi obiettiva delle cause e delle responsabilità. Alla pubblica opinione, almeno in un primo momento, è stato additato come colpevole ultimo il sistema bancario. Il capo d'accusa più ricorrente nei confronti degli intermediari creditizi è stato quello di aver assecondato scelte aziendali (strategiche ed operative) sbagliate. Ma c'è di più: nei casi in cui i dissesti sono derivati da comportamenti fraudolenti, le banche sono state addirittura accusate di aver scientemente concorso ad indirizzare il risparmio delle famiglie verso strumenti finanziari destinati a non essere onorati.

Sul banco degli imputati, accanto alle banche, si sono trovate le stesse Autorità di vigilanza.

L'intero sistema bancario ha così subito, oltre al danno delle ingenti perdite registrate sui crediti, quello ancor più grave di un discredito generalizzato, che ha accomunato l'intero sistema Italia agli occhi di molti osservatori internazionali. Dev'essere chiara a tutti la perniciosa spirale che si sarebbe innescata se tale discredito si fosse consolidato. La perdita della fiducia da parte dei clienti e dei risparmiatori avrebbe infatti minato alle fondamenta la stabilità del sistema bancario, con l'inevitabile effetto di provocare un drastico ridimensionamento dei rischi e degli impegni finanziari all'attività produttiva.

Ciò non significa che anche le banche italiane non debbano trarre alcune utili lezioni dalle crisi aziendali e dai veri e propri casi di criminalità economica che si sono verificati, purché non sia persa di vista l'effettiva gerarchia delle responsabilità.

Per fortuna l'atteggiamento responsabile del sistema bancario e il buono stato di salute di cui le nostre banche oggi godono, grazie al processo di ristrutturazioni compiute negli ultimi anni, ha permesso loro non solo di assorbire senza eccessivi traumi le perdite subite, ma anche di confermare senza riserve l'impegno di continuare ad assistere le aziende, sia nelle fasi di sviluppo, sia - come è stato dimostrato in recenti casi di grande rilevanza nazionale - nei momenti di difficoltà. D'altra parte, si è visto che anche la fiducia del pubblico non ha affatto abbandonato le banche.

Sembra così scongiurata l'eventualità rovinosa di un allentamento di quel legame - fatto di solidarietà e di cooperazione - tra mondo bancario e industriale, che rappresenta una condizione essenziale per lo sviluppo economico. E proprio a questo riguardo sono parse assai opportune e apprezzabili le recenti dichiarazioni del nuovo presidente della Confindustria a proposito dell'esigenza di "fare sistema" e di ripristinare un clima di dialogo e di fiducia, così da poter ricreare insieme le condizioni di una nuova crescita.

Il secondo rischio cui ho fatto cenno all'inizio riguarda la possibilità che il sistema bancario sia riportato ad una condizione di soggezione all'autorità politica: il rischio cioè di veder fortemente limitata dai poteri pubblici sia l'area delle libertà operative sia l'autonomia e l'indipendenza istituzionale delle autorità preposte al settore.

In presenza di crisi tanto profonde da creare turbamento nell'opinione pubblica e grave nocumento all'economia generale del Paese è comprensibile la tentazione di far ricorso a forme di controllo pubblico più estese ed incisive. In Italia, l'intervento della Stato per rimediare a crisi emerse in ambito privato è stata una prassi costante nella storia economica del Novecento.

Questa tendenza è stata invertita solo nell'ultimo ventennio del secolo. Fu nel 1981 che il Ministro Andreatta promosse il cosiddetto "divorzio" tra Tesoro e Banca d'Italia, che sanciva l'autonomia di quest'ultima nel controllo della base monetaria (processo che sarebbe stato completato successivamente con l'abolizione del conto corrente di tesoreria). E fu nel 1982 - mi sia permesso di ricordare - che per la prima volta si assicurò il mantenimento in area privata di un importante gruppo bancario posto in liquidazione. Nella direzione di una chiara separazione tra il mondo del credito e la sfera della politica furono poi decisive, negli anni Novanta, le leggi Amato e Ciampi, che posero le premesse per la privatizzazione delle Casse di Risparmio e delle altre banche pubbliche.

Questo processo, perseguito con determinazione e coerenza nell'ultimo decennio sotto la guida della Banca Centrale, ha permesso alle banche italiane di realizzare straordinari progressi in termini di crescita e di modernizzazione, così da raggiungere un'adeguata solidità e potersi confrontare con i migliori standard europei.

Trascorsi due decenni dall'avvio di tale cammino virtuoso, si è affacciato il rischio di un ritorno al passato. Nuovi assetti normativi avrebbero potuto riproporre una forte presenza pubblica nella gestione e nel governo della finanza.

E' un rischio, questo, che si è corso sul tema delle Fondazioni Bancarie, ma che è stato scongiurato grazie alle sentenze della Corte Costituzionale, da cui sono state ribadite la natura privata e l'autonomia statutaria delle stesse. Dobbiamo invece dire che non sono del tutto superati i rischi di una soggezione della finanza alla tutela politica, se consideriamo la normativa all'esame del Parlamento in materia di protezione del risparmio.

Il sistema bancario vede con assoluto favore un affinamento e un rafforzamento dei sistemi di controllo - prevenzione e repressione - dei mercati finanziari, soprattutto per quanto riguarda prodotti e canali indirizzati agli investitori e ai risparmiatori meno sofisticati, ma l'attribuzione di poteri eccessivi ad organismi di nomina governativa o parlamentare mette in crisi il principio di indipendenza delle Autorità di vigilanza. Superata la prima fase di emotività il provvedimento in itinere risulta migliorato e si presenta oggi più equilibrato; ma permangono alcuni aspetti di criticità. L'introduzione di regole restrittive riguardanti alcune tipologie di attività (è il caso per esempio del collocamento di obbligazioni societarie) riduce i gradi di libertà degli intermediari e le possibilità di scelta per le imprese e i risparmiatori. Alcune delle disposizioni previste in materia di diritto societario sollevano poi dubbi di coerenza con la riforma appena entrata in vigore, che era scaturita da una lunga e meditata elaborazione.

L'esigenza che sia garantita in modo rigoroso l'indipendenza dal potere politico delle Autorità preposte al settore corrisponde a un dettato della normativa comunitaria e di quella internazionale, essendo un valore universalmente riconosciuto e tutelato.

Non si tratta di un tema da disputa ideologica, ma di un elemento funzionale alla tutela della credibilità del sistema economico del nostro Paese. Nel mondo globalizzato della finanza, e in particolare nel quadro comunitario fondato sul mutuo riconoscimento e sulla scelta del diritto più favorevole, un sistema bancario e finanziario non supportato da Autorità di vigilanza indipendenti sarebbe condannato a un destino di marginalizzazione.

Signor Governatore, Signori Partecipanti,

ho l'onore di sottoporre all'approvazione dell'Assemblea Ordinaria dei Partecipanti, avuta presente la Relazione del Governatore e quella del Consiglio dei Sindaci sull'esercizio 2003, il bilancio e l'assegnazione degli utili, ai termini dell'articolo 54 dello Statuto, nonché la proposta della ulteriore assegnazione a valere sui frutti degli investimenti delle riserve ai sensi dell'articolo 56 dello Statuto medesimo.



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