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La rivalità tra Sartre e Aron: il conflitto di una generazione
Interventi
di Battista, Panebianco, Canfora, e Maffettone
Il meglio del giornalismo politico italiano si è confrontato,
in queste settimane, su un tema topico nella storia del pensiero contemporaneo:
la rivalità tra Jean-Paul Sartre e Raymond Aron. La miccia, che ha scatenato
molte reazioni, è stata accesa da Pierluigi
Battista in un lungo sfogo sul Corriere della Sera. Lo scorso 6
marzo, infatti, Battista commentava, con ironia, quanto strana sia la
storia del nostro secolo, almeno in fatto di riconoscenza e memoria
storica: in occasione del centenario della nascita dei due intellettuali,
Sartre viene commemorato con tutti gli onori, mentre Aron nonostante
abbia messo in guardia i giovani dal miraggio comunista non merita attenzioni
dal grande pubblico. "E' una legge ineluttabile", secondo il notista
torinese, quella che condanna chi ha avuto ragione negli sessanta a
vantaggio di chi ha avuto torto. Numerose, e qui Battista si affida
ai nomi, sono le biografie e gli elogi che i saggisti hanno pubblicato
su Sartre (Henri Levi, Oliver Todd), mentre pochi e meno celebri i ricordi
del rivale Aron. Ripercorrendo il percorso e la formazione intellettuale
dei due pensatori, che hanno seguito da due fronti sempre opposti le
vicende del secondo dopoguerra e della Guerra Fredda, Battista da vigore
alla tesi dell'inequità degli onori riservati a Sartre e Aron, a dispetto
dei verdetti della storia.
L'invito al dibattito è stato colto, sempre sulle pagine del Corsera,
da Angelo
Panebianco. La sua risposta è una pronta conferma, se pur pacata
nei toni, del verdetto di Battista: estroso creatore di miti, maitre-a-penser
degli studenti del quartiere latino, Jean-Paul Sartre rimane ancor'oggi
un riferimento per gli intellettuali di sinistra. Due pensatori all'opposto,
per stile e contenuti: irruente e bohemièn il primo, quanto pacato e
rigoroso il secondo. Per Panebianco il nocciolo della questione è un
problema generazionale, a tratti paradossale: ovvero spiegare il perché
gli intellettuali vicini alla sinistra comunista hanno taciuto, negli
anni del crollo dei regimi, sui loro passati scomodi. Recitare il mea
culpa, per chi ha vissuto quegli anni con fervore giacobino, equivale
a riconoscere la superiorità delle idee liberali sull'ideologia marxista.
La popolarità di Sartre e con lui una certa ostilità al liberalismo,
si attualizzano oggi in una ostinata avversità di molti intellettuali
verso gli Stati Uniti, visti come una principale roccaforte della libertà.
Una posizione meno indignata ed equidistante assume Biagio
De Giovanni, nel rispondere alle parole di Battista e Panebianco.
Secondo il politologo è il contesto francese a favorire una dicotomia
che arriva a definire quasi "geofilosofica". Di Sartre e Aron bisogna
cogliere in modo chiaro il ruolo intellettuale: il primo ha attirato,
attraverso il fascino dei miti propri del comunismo, le simpatie della
Parigi del '68, di certo la stessa che affollava le aule universitarie
per seguire le attente analisi del mondo contemporaneo tracciate da
Aron. In un Paese dove lo stesso concetto di democrazia oscilla tra
costituzionalismo e giacobinismo vivono, secondo De Giovanni, cause
ben più prosaiche del semplice rapporto vincitori e vinti, fattori che
spesso anche in Italia sembrano far rivivere certe idee in eterno.
Analisi tutt'altro che scontata del rapporto tra la scuola di Sartre
e quella di Aron, l'ha data Luciano
Canfora. La tesi del filosofo è che risulta ininfluente chiedersi
perché si preferisca "aver torto con Sartre, che aver ragione con Aron".
Una dicotomia falsa e grossolana, in quanto esiste anche un Sartre critico
nei confronti del giacobinismo e dei marxismi novecenteschi, lo stesso
che in un'ultima intervista a Henry-Lèvy(1980) parlò di fine della sinistra.
Le posizioni trasformiste di Sartre, che pur fu compagno di "compagno
di strada del Pcf", ci fanno riflettere quanto la considerazione che
Raymond Aron aveva di Marx. Sia nell "Essai sur les libertès", che nelle
"Tappe del pensiero sociologico" Marx viene definito come il sociologo
e l'economista del capitalismo; un pensatore che assieme a Tocqueville
è stato principale fonte di ispirazione per gli studi di Aron.
Chi è decisamente dalla parte di Battista è invece Giorgio
Montefoschi. Sulla scia dei primi commenti apparsi sul Corriere,
lo scrittore ricalca le accuse ai professorini del 68. Come in Francia,
anche in Italia gli stessi che in piazza impugnavano il libretto rosso
di Mao, oggi negano le complicità con gli orrori del comunismo. Uno
dei pochi a pronunciarsi a difesa dell'opera di Sartre è Sebastiano
Maffettone, docente di filosofia politica alla Luiss di Roma. Secondo
lo studioso il problema denunciato da Battista appare misero, perché
strumentalizzato: gli onori a Sartre sono giustificati dalla bellezza
delle sue opere (La Nausea, L'essere e il nulla, etc.), e dunque dovuti
alla sua consumata fama di romanziere ancor prima del suo impegno politico.
a cura di Alessandro Marchetti
24 marzo 2005

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