I conflitti sul sistema bancario nascono dalla mancata integrazione europea
Enrico Cisnetto sul Messaggero

Qui bisogna fare gli Stati Uniti d'Europa. Se vogliamo evitare di dover scegliere tra due valori altrettanto importanti, la difesa degli interessi nazionali e il dispiegarsi sul mercato della libera concorrenza - dilemma cui la vicenda delle banche italiane oggetto di desiderio di istituti europei più grandi e forti ci ha messo di fronte - l'unico elemento di sintesi possibile è l'integrazione degli interessi. E l'unico livello cui è possibile porre questa integrazione è l'Europa, intesa come area monetaria comune. Si ha un bel dire, a Bruxelles come da parte di opinion leader, magari vicini a "poteri forti", che Eurolandia è un "mercato comune" e che tutto ciò che vi rientra è automaticamente interesse di ciascun paese continentale e di ciascun cittadino che in essi vive e lavora. Non è così. Oggi non solo i 25 paesi dell'Europa allargata, ma gli stessi 12 dell'euro, non sono affatto integrati, nè sul piano politico-istituzionale nè su quello economico. Nonostante l'euro - o forse proprio perchè la moneta unica ha ribaltato la regola storicamente acquisita che prima nasce uno Stato e poi la sua valuta - le economie sono rimaste separate, con ciascun paese che ha mantenuto strutture del capitalismo, mercati del lavoro, regimi fiscali, regole di governance dei sistemi e servizi finanziari (banche in primo luogo) che aveva prima non solo della cancellazione delle valute nazionali, ma perfino della stessa Maastricht, che pure data ormai più di un decennio. Certo, alcune questioni sono state delegate a Bruxelles. Ma o si è trattato di dossier marginali, o quando le materie erano importanti - penso per esempio alla regolamentazione delle opa, tanto per rimanere in tema Bnl e Antonveneta - lo scontro degli interessi rimasti nazionali ha prevalso, facendo prevalere tempi biblici e decisioni irrisorie se non nulle. Il fatto è che, come nel caso del Patto di stabilità appena "riformato" (si fa per dire), la politica non la possono fare i burocrati, ma gli eletti dai cittadini. E dove sono, a Bruxelles, i rappresentanti del popolo? Non certo nel parlamento, che non ha poteri. Nè tantomeno nella Commissione, che qualche potere pure lo ha - pochi, e finora mal utilizzati - ma non dispone della necessaria legittimazione democratica, essendo uno strumento dei governi ed espressione delle loro mediazioni. Certo, si dirà che eletti (dai cittadini o dai parlamenti) sono i ministri e i capi di governo dei vari paesi che, tra Ecofin e vertici di premier e presidenti, si riuniscono per decidere cosa deve decidere la Commissione. Verissimo, ma se si assegna a loro decisioni politiche, i casi sono solo due: o il gioco dei veti incrociati blocca tutto (come avviene nella grande parte dei casi), o va a finire che i paese più forti, e gli interessi più forti che essi rappresentano, hanno il sopravvento.

Insomma, per venire al sistema bancario, non ne esiste uno continentale, ma tanti nazionali. E tra questi, quello italiano è - giocoforza, vista la dimensione del nostro capitalismo - uno dei più deboli. Di conseguenza, chi ha la responsabilità del sistema creditizio (Bankitalia) e più in generale dell'intera economia italiana (governo e parlamento, forze sociali) deve decidere come comportarsi di fronte al fatto che interessi più forti dei nostri, che come abbiamo visto non possono arrogarsi il diritto di definirsi comunitari, premono per conquistare importanti fette del mercato del denaro, come già è stato per molti settori dell'industria e dei servizi. Ma per quanto la decisione sia resa ancor più difficile dal fatto che essi utilizzano legittimi strumenti di mercato, la risposta della difesa degli interessi nazionali rimane quella maggiormente responsabile di fronte agli italiani. Con due precisazioni decisive. La prima: sotto questa etichetta, gli interessi nazionali, non può albergare chiunque e qualunque mezzo. E tanto più uomini e mezzi saranno trasparenti, tanto più le scelte saranno difendibili. La seconda: l'Italia, proprio per le sue debolezze, avrebbe più di ogni altro paese un ritorno positivo dal formarsi di un vero "interesse europeo" che superi gli attuali egoismi nazionali. E dunque deve dotarsi di una politica, estera e non solo, che punti alla creazione degli Stati Uniti d'Europa, unico luogo che quell'interesse continentale può davvero generare. Finora, tanto la prima quanto la seconda condizione sono state praticate poco e male. Ma è bene che si sappia che senza, l'Italia finirà per soccombere, e facendo pure brutta figura.

a cura di Carmelo Dragotta
23 marzo 2005