La legge sul risparmio è stata approvata, ma la guerra contro Fazio si è rivelata inutile
Di Vico, Franco, Bocconi, Porro, Tabacci, Cisnetto

L'approvazione della legge sul risparmio ha spaccato il panorama politico ed intellettuale italiano. Approdato alla Camera, il disegno di legge che doveva prevedere nuove norme in difesa dei risparmiatori, soprattutto dopo i crack di Cirio e Parmalat, non ha avuto vita facile. Le difficoltà maggiori sono sorte soprattutto a causa delle norme sul mandato a vita del Governatore della Banca d'Italia e del passaggio della vigilanza sulla concorrenza bancaria da Palazzo Koch all'Antitrust, entrambe eliminate al momento del voto. Alla fine, però, hanno prevalso i sì, 237, contro 182 no e 5 astenuti.

Dario Di Vico sul Corriere della Sera si è mostrato perplesso parlando di "vittoria di un giorno e di successo effimero che non stabilizza il made in Italy" e contestando addirittura il termine "riforma" usato per descrivere il testo. Sulla stessa testata Massimo Franco ha evidenziato il successo di Via Nazionale e la rivincita del "partito dei fazisti" su coloro che ne volevano ridimensionare le prerogative, mentre Sergio Bocconi ha posto l'accento anche sull'apporto fondamentale della Lega, che ha cambiato linea, sposando la causa del Governatore, in seguito alla strategia di difesa dell'italianità del credito da lui avviata e al salvataggio della banca "padana" Credieuronord benedetto proprio da Fazio.

Il Riformista si concentra, invece, sul patto di potere che avrebbe unito Antonio Fazio al centro-destra (soprattutto dopo il famoso "pranzo dello Sciacchetrà" tra Silvio Berlusconi, lo stesso Governatore e il ministro Domenico Siniscalco), e sull'abilità del Presidente del Consiglio nel serrare le fila. Ora forse Bankitalia "dovrà pagare qualche pegno" a Berlusconi?, si chiede sempre il quotidiano arancione.

Fortemente critico è stato Nicola Porro sul Giornale. Dopo aver sollevato seri dubbi sulle prerogative ultime che resteranno in capo alla Banca d'Italia, Porro si dice sconcertato per la conclusione del dibattito parlamentare (che ha visto contrapporsi addirittura il relatore del ddl Stefano Saglia di An, da una parte, e i presidenti delle Commissioni Attività Produttive e Finanza della Camera Bruno Tabacci, Udc e Giorgio La Malfa, Repubblicani) e lamenta la perdita di un'opportunità storica per cambiare le cose. "La Banca d'Italia troppo potente ha tenuto in pugno il Parlamento", si sfoga su Repubblica Bruno Tabacci, che accusa maggioranza e opposizione aver complottato con i poteri forti.

Chi, invece, ha cercato di mantenere una posizione equidistante rispetto agli slogan Fazio sì-Fazio no è stato Enrico Cisnetto, che sul Messaggero ha sottolineato come il ddl risparmio doveva servire a proteggere i risparmiatori da nuovi crack finanziari, e non quindi a ridefinire la posizione del Governatore o a ridistribuire le competenze delle Authorities. Ha poi evidenziato come la legge passata alla Camera sia appena sufficiente e che il ritardo con il quale è stata approvata (ora si attende il via libera del Senato) è il frutto di una guerra senza senso contro Bankitalia e Fazio. Stessa linea tenuta dal Sole 24Ore, che - pur contestando l'anomalia italiana rispetto al mandato a vita e alle competenze antitrust in capo a Via Nazionale - accusa come in questi mesi si sia tentato un "referendum" nei confronti di Palazzo Koch, che in realtà si è rivelato tanto inutile quanto improduttivo.

a cura di Roberto Paglialonga

7 marzo 2005