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Sul declino ormai sono tutti d'accordo. Ma quale deve essere il nuovo
modello produttivo per rilanciare la competitività? Dibattito tra politici, economisti e imprenditori alla vigilia delle misure del governo Quanto sia attuale il tema del declino economico del
paese, lo si intuisce dall'intensità del dibattito che recentemente
ospitano i quotidiani italiani. A parlare del futuro prossimo delle
imprese italiane, sono stati in molti fra economisti tecnici e osservatori;
specialmente a margine della presentazione del decreto-legge governativo
sulla competitività. L'incipit viene da
Tommaso Padoa-Schioppa, che sul Corriere della Sera ha rilanciato
il cosiddetto "patriottismo economico", divenuto il minimo comun denominatore
delle vicende economiche più discusse (l'italianità delle banche, il
tema del Made in Italy). L'affermazione è che la competizione, nel mercato
globale, lasci ancora spazio al senso di appartenenza, tanto da trasferire
nel mercato internazionale la stessa logica di rivalità che nei secoli
scorsi avveniva in guerra. La risposta è giunta pronta da
Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Enel, che ha approfittato
dell'intervento di Padoa Schioppa per proporre la sua ricetta per un'Italia
competitiva. D'accordo sul fatto che raccogliere le sfide della globalizzazione
significa da un lato delocalizzare, dall'altro concentrare sul territorio
nazionale i cervelli d'impresa, Scaroni ha ben chiara la risposta al
declino; la competitività sul mercato globale passa necessariamente
per una ricerca, continua, dell'eccellenza, in campo economico, finanziario,
giuridico e manageriale. Alle osservazioni del rappresentante italiano
in Bce è voluto rifarsi anche
Giulio Tremonti, che sulle stesse pagine ha difeso le premesse di
Padoa-Schioppa aggiustandone però il tiro.Troppo distante dalla realtà,
secondo l'ex-ministro, è l'analisi dello scenario internazionale: se
è vero che un certo patriottismo in economia rimane, non è altrettanto
corretto parlare dei governi nazionali come gestori della ricchezza
nazionale. Lo Stato non solo ha perso parte del suo potere politico
e decisionale, cedendo una quota di sovranità all'Ue, ma non gestisce
più le risorse che dal territorio nazionale si vanno via via dematerializzando.
Nel suo lungo articolo, il vicepresidente di Forza Italia fa appello
proprio al patriottismo per costruire un sistema di sicurezza sociale
e di fiducia verso il futuro. Un certo scetticismo, invece, trapela
dalle parole di Tremonti a proposito dell'affidabilità dell'attuale
sistema-Europa. E di pessimismo, ingiustificato, lo ha accusato Renato
Brunetta che sul Riformista difende il ruolo dell'Ue, forte delle
cifre storiche che danno all'Europa ragione in fatto di crescita economica,
produttività e aumento dei consumi. Brunetta dopo aver difeso, in una
lunga analisi, il processo di integrazione europea, conviene con Tremonti
sulla necessità di semplificare il complesso quadro normativo comunitario,
ad esempio rivendendo il Patto di Stabilità. Nel dibattito sul Corriere
della Sera si è di recente inserito anche Francesco
Giavazzi; il richiamo alla dematerializzazione fatto da Tremonti
non ha senso, secondo il professore, in un Paese dove le imprese mancano
di strutture e progetti di industrializzazione su vasta scala. Insomma
l'Italia non è la Gran Bretagna, per cui rispondendo all'appello Padoa-Schioppa,
pensare di investire in servizi senza avere alle spalle un impero economico,
equivale a sognare. Testimonianza infallibile dell'amara analisi di
Giavazzi, è la situazione degli studenti universitari italiani: "(..)l'anno
scorso, a fronte di 14.289 iscritti a corsi di laurea in scienza delle
comunicazione, le matricole in matematica e fisica erano meno di 4 mila
e quelle in chimica 2.347". Da parte sua, Carlo
Bastasin sulla Stampa traccia un profilo della Germania, quale possibile
modello da imitare per rilanciare l'economia. Il Paese che ha visto
aumentare, in dieci anni, la disoccupazione di oltre il 50% sfiorando
la recessione nel 2004, ha fatto della crisi la miglior cura per rilanciare
il sistema economico: riforme strutturali, spesso pesanti in campo sociale,
hanno in breve tempo restituito redditività alla Germania, oltre al
primato europeo in fatto di export. La Germania che, come ricorda Bastasin,
per anni ha ostacolato la riforma del lavoro ed osteggiato la concorrenza,
è finalmente riuscita a superare il rischio di recessione: un esempio
di come solo grazie allo sforzo partecipe di tutte le parti sociali,
si può invertire la rotta ed arrestare il declino. |