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Non credo ad una parola di quelle scritte con singolare sintonia da Foglio e Riformista, una coincidenza che evidenzia con quale attenzione, anche mediaticamente, gli israeliani hanno preparato l'attacco: pronti a offrire alla stampa amica una interpretazione che contribuisca a tamponare l'ipocrita sdegno internazionale.
Il ritiro da Gaza non c'entra nulla e nemmeno l'opinione pubblica israeliana. Io credo sia faccenda più cruda e più semplice. Nel nostro immaginario collettivo la guerra sono gli eserciti a spasso per l'Europa e i terroristi sono "compagni che sbagliano" (tanto che è gara a perdonarli). Quindi per noi l'attuale non è guerra e non ci attrezzeremo per combatterla; e poi il terrorismo non si combatte con gli eserciti, quindi non si doveva occupare l'Iraq.
Diversamente per Israele: il principio di autodifesa, che è lo snodo irrisolto della politica occidentale, richiede la capacità di risposta asimmetrica, cioè la capacità di fare la guerra sullo stesso piano dei terroristi utilizzando però la propria superiorità tecnica. In sostanza, Israele sta combattendo una guerra ai terroristi, non al terrorismo.
Dunque, nel quadro del principio di autodifesa, l'omicidio di Yassin non è il prodromo del ritiro da Gaza, ma un episodio della guerra, possibile oggi nel momento in cui i terroristi, attaccando l'Europa, dimostrano di poter fare un salto di qualità. L'attentato di Madrid segna un salto di qualità nella guerra dichiarata alla modernità dai terroristi, gli spagnoli di destra e di sinistra non se ne sono accorti e gli europei imbelli non vogliono rassegnarsi all'idea.
Israele ha realisticamente accorciato i tempi di una scelta che diventerà anche per noi inevitabile dopo il prossimo attentato europeo. E lo ha fatto perchè accorciare i tempi significa avere meno morti in casa.
24/03/2004

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