Il Federalismo?
O sarà europeo o sarà un disastro
di Enrico Cisnetto

Lorenzago, Roma e Bruxelles. Un viaggio tortuoso, sbagliato. E i "tavoli estivi", come quello che si ripropone sul federalismo, lo confermano, diventando un'ottima cartina di tornasole del ritardo del mondo politico, esattamente come il dibattito (sic!) estivo sull'Europa generato dell'avvicendamento Monti-Buttiglione alla Commissario Ue e le polemiche che ne sono seguite. Attenzione, non si tratta di una forzatura giornalistica: i due temi "si tengono", in quanto dalla loro interazione nasce l'impostazione istituzionale - ed economica - di un continente che ormai non può più basarsi sulla divisione dei vecchi Stati-nazione. Ma già arrivare a questa conclusione sarebbe un ottimo risultato, mentre quasi sempre le due questioni vengono affrontate separatamente, oltre che in maniera superficiale.

Diciamo la verità: il federalismo è stato uno dei più perniciosi e inconsistenti "miti" politici dell'ultimo decennio, ma oggi conta solo in funzione degli equilibri all'interno della maggioranza. E la riproposizione di una "Lorenzago 2" ha al massimo un valore "liturgico", se si escludono gli effetti collaterali. Eppure sul tema persiste un diffuso conformismo, per cui anche chi non è d'accordo finisce per inseguire il mito di un "federalismo buono" da contrapporre a quello corrente. Persino gli imprenditori hanno paura di apparire "politicamente scorretti", nonostante che Montezemolo sia stata netto parlando di "federalismo che preoccupa" e di "devolution che non ci piace". Per esempio, Edoardo Garrone, che in Confindustria ha delega proprio su questa questione, se da un lato sostiene che l'insieme delle riforme federaliste - principalmente quella dell'ultimo centrosinistra - "stanno portando più danni che benefici", poi però, auspica un "buon federalismo" fatto di rigore e semplificazione. In realtà, più che "buono" o "cattivo", bisogna distinguere tra federalismo "reale" - che ha portato confusione di competenze, aumento dei costi e una moltiplicazione della burocrazia (200 le cause in tre anni tra Stato e regioni) - e federalismo "mitico", di cui è lecito domandarsi la fattibilità. Di certo è pura propaganda dire, come spesso ha fatto lo stesso ministro La Loggia, che la riforma federale più essere fatta a costo zero. Questa transizione già pesa sul bilancio pubblico - i continui interventi sulla spesa sanitaria, il blocco del condono edilizio - e ancor di più accadrà quando pezzi importanti della spesa pubblica (si stima tra i 40 e i 50 miliardi di euro, prevalentemente dovuti all'istruzione e alla sicurezza locale) dovrebbero passare agli enti decentrati. A dimostrazione che l'attuale schema di "devolution" non sono non ripara ai danni della Bassanini, ma aggiunge altre incognite.

Allora è legittimo il dubbio che si stia andando nella direzione sbagliata perchè si parla di un federalismo "verso il basso", quando invece dovrebbe rivolgersi "verso l'alto", in un quadro continentale. Se si crede nell'integrazione europea, fosse anche solo per necessità, non si può non capire che l'unico federalismo possibile, anzi indispensabile, è quello che deriverebbe dalla creazione degli "Stati Uniti d'Europa". Certo, anche su questo fronte dobbiamo sgombrare il campo dalla retorica: gli "Use" si possono fare solo con chi ci sta ed è pronto. Dopo l'euro, non solo la costruzione europea si è fermata e il Patto di stabilità ha mostrato limiti evidenti, ma come giustamente nota Sergio Romano - lo ha fatto presentando, nel corso della manifestazioni culturali estive di Cortina, il suo libro sull'idea di Europa - i traguardi "simbolici" della presidenza Prodi, dall'allargamento alla Costituzione, avranno effetti deleteri. Mentre il Trattato di Lisbona su investimenti, innovazione e produttività, unico strumento capace di contrastare il gap crescente tra le regioni più dinamiche del mercato globale e il Vecchio Continente, fa pochi progressi perchè è il passo successivo e non preventivo all'integrazione monetaria. Ma ora meno della metà dei 25 paesi Ue usano l'euro, pur rappresentando oltre 80% del pil comunitario. Dunque, è tempo di tornare a ragionare in termini di Europa "possibile e funzionale", cioè quella integrata almeno dalla moneta unica. Ed è tra questi paesi che occorre creare una piena trasformazione federale. Ma occorre sapere che, piaccia o non piaccia, nel nocciolo duro dell'Eurozona ci sono due pilastri da cui non si può prescindere: Francia e Germania. Per questo sorprendono un po' le parole di Mario Monti. Proprio da questa rubrica ne avevo caldeggiato la riconferma nella speranza che la sua esperienza a livello europeo e la stima di cui gode avrebbero garantito un peso maggiore all'Italia a Bruxelles. Un realismo politico di cui, invece, il professore non ha dato prova quando si è messo a rimproverare il governo italiano di aver fatto "favori" che i potenti alleati non restituiranno (intervista al Corriere della Sera). Posizione forse dettata dalla delusione del momento - che, però, tradirebbe lo stile dell'uomo - visto che è difficile pensare che un europeista vero come lui preferisca al dialogo con Francia e Germania l'alternativa del filo-americanismo dagli oscuri vantaggi strategici di Berlusconi. Almeno il suo successore è stato chiaro: l'Europa o si costruisce sull'asse franco-tedesco o sarà un disastro. Sarà bene, però, che sia Buttiglione sia i suoi colleghi di maggioranza fans della devolution, capiscano che anche il federalismo o sarà quello europeo, o sarà un disastro.