Siniscalco riporta i piedi del governo (quasi) per terra
di Enrico Cisnetto

Abbiamo imparato in questi ultimi anni che il Dpef è un libro dei sogni, non un documento vincolante di programmazione economica. Se si fossero realizzate sia le previsioni che gli impegni contenuti in quelli scritti dal centro-sinistra nella scorsa legislatura e nei tre redatti da Tremonti, oggi l'Italia sarebbe un altro Paese. Tuttavia, nel documento programmatico presentato da Siniscalco al governo in attesa del confronto con le parti sociali - meritoria, sul piano metodologico, tanto la collegialità nella maggioranza quanto la concertazione - c'è una cifra che non sarà smentita, se non per essere aumentata: i 24 miliardi di manovra, obiettivo della prossima Finanziaria. Quasi 50 mila miliardi delle vecchie lire, che assicurano una posizione di rilievo nella speciale classifica delle operazioni di correzione dei conti pubblici.

Ma si tratta di una "stangata", come la definiscono con un linguaggio d'antan a sinistra, contradditoriamente pronti a parlare di rapina agli italiani e nello stesso tempo di scarsa attenzione alle regole contabili europee, oppure di una meritevole operazione verità sullo stato della finanza pubblica? Certo è una manovra ben più pesante di quella che - c'è da scommetterci - avrebbe preparato Tremonti, e smettere di nascondere la verità agli italiani, costi quel che costi, è meritevole. Ma se vogliamo dircela tutta, la "cura dimagrante" per i conti dello Stato avrebbe dovuto essere ancora più pesante: fino a 30 miliardi. E' assai probabile che a tanto ammonti il vero "buco", e a quanto mi consta nei vertici di maggioranza dei giorni scorsi quella cifra è venuta fuori. Poi, forse, è prevalsa la prudenza politica, magari alimentata dalla speranza (a mio giudizio infondata) che la riforma del patto di stabilità europeo prima o poi si faccia e che anche a noi, pur col debito alto, ci facciano sforare questo benedetto 3% di deficit-pil.

Ma già a questi livelli, per il governo si profila una prova del fuoco senza precedenti. Lo dimostra, tra l'altro, il documento spartano presentato ieri, solo un elenco di cifre e di obiettivi, pur giustificato dall'attesa del confronto con le parti sociali, che peraltro darà l'esatta misura di quanto sarà difficile la prossima Finanziaria. La prima vittima sembra proprio essere la riforma fiscale promessa da Berlusconi, già ora divisa in due e destinata a sfumare fino a diventare qualcosa di non più che simbolico (al momento l'ipotesi più credibile è che si arrivi ad un ribasso mirato dell'Irap), anche se una parte della maggioranza - premier in testa - è tuttora convinta di poter aggiungere un taglio delle tasse da 12 miliardi. Supponendo che alla fine si arrivi ad una mediazione, e si faccia un primo taglio da 6 miliardi (verosimilmente destinato a fermarsi lì) si arriverebbe a 30 miliardi di manovra, una cifra da far tremare i polsi, pur se affrontata in parte con cessione di immobili pubblici.

Ma il vero nodo sarà dove trovare i soldi, o meglio quali parte della spesa corrente tagliare visto che in linea di principio si vuole evitare di agire sul lato delle entrate. E se la manovra correttiva da 7,5 miliardi per il 2004 approvata l'altro giorno (con voto di fiducia, si badi bene) è da considerarsi la prova generale di quanto si farà nella Finanziaria, allora la situazione è veramente preoccupante. La manovrina è lontana da tutti gli obiettivi che si è posta: non colpisce la spesa in modo né strutturale né coerente; impone nuovi oneri praticamente a tutti (imprese, banche, assicurazioni e cittadini), condannandosi alla doppia caduta di consenso determinato dall'aumento del prelievo e dalla disillusione per aver promesso il contrario; non lascia nessuna eredità positiva ai conti del prossimo anno, anzi o ci sarà un extra-deficit da gestire in caso di mancata applicazione di tutte le misure o si trasferiranno spese correnti dalla fine del 2004 al 2005.

Insomma la strada che deve guidare la redazione della Finanziaria è completamente diversa da quella appena battuta, ma se è vero che non esistono ricette facili, è ancor più vero che il contesto politico le rende maggiormente problematiche. Se una manovrina da 7,5 miliardi di euro ha fatto scricchiolare la maggioranza fino a costringerla al porre il voto di fiducia, cosa succederà per interventi tre-quattro volte superiori? Inoltre, per evitare cartolarizzazioni spericolate, la manovra immobiliare dovrebbe prevedere interventi sul demanio, il che significherebbe rivedere i rapporti con gli enti locali (magari barattando un taglio ai trasferimenti in cambio di mano libera in operazioni analoghe).

Come andrà a finire? L'alzata di scudi arrivata da quasi tutte le parti sociali sulla manovrina è il segnale di quanto questa maggioranza abbia da recuperare in termini di ascolto rispetto alle esigenze del Paese, ma anche la certificazione che le esigenze di bilancio promettono di scontentare molti. Dunque, il vero obiettivo del governo non dovrà essere tanto quello di minimizzare lo scontento - che troppe volte si è generato evitando di decidere - ma presentando un progetto chiaro, che ai costi affianchi i benefici in termini di sviluppo che si possono ottenere. Nel Dpef ci sono gli auspici giusti, ora tocca indicare il come. Incrociamo le dita.