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Le privatizzazioni inutili e i poteri forti inesistenti di Enrico Cisnetto
Francesco Giavazzi ha offerto un vero e proprio assist a Giulio Tremonti, imputando all'ex ministro la colpa di non aver fatto le privatizzazioni, e invitando Domenico Siniscalco a rimediare. E' stato facile dimostrare che negli ultimi tre anni l'Italia ha fatto più privatizzazioni di ogni altro paese europeo e un terzo di quelle mondiali. Ma il problema non è questo.
Francamente, nonostante il record vantato da Tremonti, nessuno si è accorto che l'Italia è diventata più privata, specie perché quasi mai le vendite hanno poi comportato la perdita del controllo da parte dello Stato. Nello stesso tempo, il tignoso Giulio rifiuta bollandola come non vera la convinzione - "i nostri capitalisti non sono meglio dello Stato" - che Giavazzi gli aveva attribuito come colpa. E qui i due sbagliano entrambi. Perché osservando le vicende del capitalismo all'italiana dell'ultimo decennio (come minimo), è assai difficile riuscire a considerare i privati migliori del pubblico, naturalmente se per quest'ultimo s'intende le grandi corporation (Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, ecc.) e non la pubblica amministrazione.
La verità è che la tribù sempre troppo numerosa di quelli che io chiamo "liberisti scolastici" - spesso ex marxisti, curiosamente - continua a proporci le privatizzazioni come la ricetta per fronteggiare il declino. Senza capire che la stagione d'oro - quella del decennio '90 - è finita, sia per il cambiamento dei alcuni presupposti del mercato globale, sia perché molte delle impostazioni che portarono alla sua realizzazione si sono rivelate sbagliate. Per esempio, in Italia si è scelto di vendere al prezzo più alto semplicemente per far cassa - con danni alle stesse aziende (caso Telecom) e persino ai risparmiatori (Enel non ha mai più raggiunto il prezzo di collocamento) - accreditando la tesi che dalle privatizzazioni potessero sanare il debito pubblico. Invece, anche il semplice calcolo quantitativo degli asset pubblici ancora da dismettere basterebbe a certificare l'infondatezza di questa tesi, riproposta da Giavazzi. Quindi, il problema è capire se e in quale misura le privatizzazioni possono essere utilizzate per realizzare un cambiamento strutturale del suo capitalismo. Obiettivo, questo, completamente mancato nella stagione d'oro dell'uscita dello Stato dall'economia, anzi nemmeno perseguito. Ma, ammesso (e non concesso) che la strategia sia chiara nella testa di chi ha in mano le chiavi delle scelte economiche - a destra come a sinistra - oggi ce ne sarebbero le condizioni? La mia risposta è no. Per tre motivi. Il primo riguarda la consapevolezza sul declino. Fino a ieri se ne negava l'esistenza, oggi tutti ne parlano, ma senza rendersi bene conto di cosa davvero significhi. La strutturalità dei problemi che riguardano il nostro apparato produttivo, misurabile con la gravissima perdita di competitività, obbliga a mettere al primo posto nell'agenda politica la sua trasformazione di un sistema fatto in larghissima misura di piccole imprese manifatturiere e dei servizi. E' questa geografia che dobbiamo cambiare, e non saranno certo le privatizzazioni a consentircelo. Il secondo motivo riguarda il contesto internazionale. Il declino non è solo italiano, è europeo, così come la pressione competitiva dei paesi emergenti schiaccia tutta l'industria continentale. Ergo la risposta non può che essere europea, e dunque, semmai, le politiche di privatizzazione e di liberalizzazione (a maggior ragione per via delle asimmetrie esistenti) debbono essere coordinate all'interno di una strategia che solo un vero governo europeo può darsi. Nel frattempo, tutto quello che accade nei singoli paesi rischia solo di rendere più difficili le cose a chi dovrà trasformare i sistemi nazionali in un unico grande sistema continentale. Il terzo motivo riguarda i capitalisti e il capitalismo italici. Il mercato non è pronto a ricevere nuovi soggetti privatizzati, vuoi perché non ci sono strumenti fondamentali come i fondi pensione - e qui Tremonti ha ragione, ma non si capisce perché abbia perso due anni preziosi a fare la guerra alle fondazioni, che in qualche modo assicurano la stabilizzazione delle proprietà - vuoi perché mancano sia le grandi imprese sia i medi imprenditori con soldi sufficienti e testa adatta a diventare grandi. D'altra parte, la fine ingloriosa dell'establishment - che tuttora dal fronte Mediobanca-Generali-Rcs manda in onda un film inguardabile - o i casi Parmalat e dintorni dovrebbero far riflettere chi crede che il mercato sia qualcosa di più e di diverso di un luogo.
Alla luce di queste considerazioni, dunque, paiono risibili - o in malafede - coloro che immaginano presunti poteri forti, o aspiranti tali, al lavoro per chissà quale disegno neo-statalista. Tremonti è caduto perché ha fatto una scommessa - evitare di denunciare la gravità della situazione economica e dei conti pubblici, sperando di tappare i buchi con la finanza creativa in attesa di una ripresa trainata dagli Usa - e l'ha persa. Chi ha denunciato per tempo il suo errore - che con lui paga l'intero Paese, e la maggioranza di governo di cui fa parte - non può essere bollato come un lobbista intento a tessere trame politico-istituzionali (da Prima Repubblica, naturalmente) e/o finanziario-sindacal-confindustriali (da salotti buoni, of course). Chi ha detto che Tremonti sbagliava, ha semplicemente avuto ragione. E chi non è convinto aspetti la prossima Finanziaria.

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