Vuoi vedere che ci vuole l'IRI?
di Enrico Cisnetto

C'è un nuovo indicatore che misura la crisi del capitalismo italiano: la fila di imprenditori che bussano a Palazzo Chigi per accedere all'amministrazione della legge Marzano (ex-Prodi). La lista delle aziende in difficoltà è drammaticamente lunga. L'ultima arrivata è il pastificio La Molisana, preceduta da Ferrania, Finmek, Montefibre, per citare solo quelle di rilevanza nazionale. Un quadro allarmante di declino, cui si aggiungono gli ultimi dati Istat su fatturato e ordinativi dell'industria, entrambi ridottisi a gennaio di oltre il 6% (-2,8% la produzione) rispetto a dodici mesi fa. Altro che ripresa, qui si allunga il periodo di stagnazione più lungo che ci sia mai stato nel dopoguerra.
Il problema, però, non è la diagnosi, ma la terapia. La settimana scorsa in questa stessa rubrica si lamentava la scarsità di strumenti di cui il governo dispone per gestire le emergenze: la Marzano è una legge ad hoc nata in pochi giorni per Parmalat - la cui efficienza è tutta da dimostrare - ma il fatto che "piaccia" a tanti imprenditori è significativo di quanto sia necessario per l'esecutivo disporre di un armamentario giuridico e amministrativo permanente per fronteggiare, e soprattutto prevenire, le crisi industriali. Un decennio dopo aver "ripudiato" le partecipazioni statali, aver smantellato l'Iri e abbracciato acriticamente un liberismo in versione "scolastica", anche solo porsi il problema "se" sia il caso di recuperare in qualche mondo l'intervento pubblico nell'economia, può sembrare al tempo stesso rivoluzionario e retrogrado. Invece, la semplice certificazione del presente e soprattutto le considerazioni sui pericoli imminenti che incombono sul sistema Italia, dovrebbero rendere il tema di una sorta di regia pubblica che eviti all'intera azienda Italia di portare i libri in tribunale, il perno del dibattito sullo sviluppo e sul declino. Anche perché è un fatto che sia il mondo dell'imprenditoria privata a chiedere un maggior intervento pubblico e, visto che nessuna parte politica si sogna di appellarsi alla "distruzione creativa" schumpeteriana e all'autorigenerazione della classe imprenditoriale realizzata a colpi di fallimenti e colonizzazioni estere, allora tanto vale dare a questo intervento una dimensione strategica. D'altronde, un ripensamento epocale del nostro modello di capitalismo è indifferebile: bisogna individuare settori nuovi, spostare verso l'alto il livello tecnologico della produzione, imprenditorializzare (all'americana) quei business non clonabili come il "turismo integrato". Va da sé che un progetto di tale portata stia al di sopra di qualsiasi privato o gruppo di privati, sia per la quantità di risorse necessarie, sia per gli interessi della collettività che dovrebbero essere tenuti presente in un'impresa del genere. Proprio per questo servono strumenti adeguati. Il governo qualcosa si è inventato: la nuova Cdp, Patrimonio Spa, Infrastrutture Spa, Istituto Italiano Tecnologia. Inoltre rimane Sviluppo Italia, risistemata a dovere (dal management) ma non ancora dotata (dall'azionista) di una vocazione definitiva. Tutto questo non basta. Sappiamo che non è più un tabù parlare dell'Iri e dell'Imi di una volta. Così come molti rimpiangono la prima Mediobanca, quella che consentì a Cuccia di essere il supremo custode delle strategie di sviluppo dell'Italia uscita dalla guerra. Che dire? E' evidente che non si guarda al futuro con la nostalgia del passato, tuttavia rimane l'esigenza di dotarsi di strumenti adeguati. Qualche tempo fa Ubaldo Livolsi ha proposto la creazione di un fondo a capitale misto (banche, fondazioni, equity), una sorta di Gepi privata che censisca le aziende pre-fallimentari e decida se vale o meno la pena di salvarle. Può essere un'idea. Anche se la strutturalità della crisi competitiva del capitalismo made in Italy rende necessaria una dialisi estesa del nostro plasma industriale, non basta tamponare le emorragie. Inoltre, più che salvare l'esistente occorre inventarsi il futuro, e per far questo ci vogliono teste, competenze e soldi. Probabilmente c'è bisogno di più strumenti, pubblici e privati, e di un forte coordinamento politico. La stessa Mediobanca, l'unica che conserva nel suo dna la logica sistemica, potrebbe essere recuperata all'antica vocazione, seppure in chiave moderna, tanto più che la nuova gestione sembra gradire questo tipo di approccio, mentre gli azionisti sono troppo affacendati in altre faccende per opporsi. E se poi si intravedesse la necessità di una nuova holding di partecipazioni, magari di minoranza, potrebbe essere l'occasione per ripensare l'infausta idea di dieci anni fa di fare del Tesoro l'Iri camuffata.
Come si vede, si tratta di idee da mettere a punto. Ma è già importante rompere alcuni tabù e avviare un dibattito privo di condizionamenti ideologici (che spesso, in questi anni, hanno celato interessi precisi). Ma due cose sono certe: occorrono consensi vasti - nel mondo delle imprese, del lavoro, del credito - e soprattutto bisogna garantirsi che certe scelte sopravvivano ai cambi di maggioranza parlamentare, utilizzando - qui sì - quel "metodo repubblicano" individuato da Giulio Tremonti per altri scopi. E' presumibile che la Confindustria di Montezemolo, così come le componenti più moderne dei sindacati - Cisl in testa - se adeguatamente coinvolte nella fase di elaborazione del nuovo modello di sviluppo e nell'individuazione degli strumenti di politica industriale più adeguati, siano della partita. La classe politica ha coraggio e fantasia sufficienti?

(01/04/04)