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Enti locali: in campo contro il "declino" di Fabrizio Ghisellini Direttore Finanziario del Comune di Roma
Anche negli ultimi mesi, il dibattito di finanza pubblica centro-periferia ha avuto come fulcro la redistribuzione,diretta e/o indiretta, delle risorse disponibili.
Naturalmente - come regolarmente ricordato dall'ANCI- il momento perequativo rimane fondamentale.
In un momento nel quale si levano voci di allarme sul "declino" dell'economia italiana, bisognerebbe tuttavia anche parlare di come utilizzare l'interazione stato-enti territoriali per creare ricchezza.
Al massimo, vengono discusse iniziative per fare emergere base imponibile.
Una di queste è stata appena ipotizzata dal Governo: gli enti locali dovrebbero(in cambio di una compartecipazione da definire) aiutare lo Stato nella lotta all'evasione.
Come detto, il vero salto qualitativo sarebbe tuttavia quello per cui l'azione degli enti locali riesca a creare nuova ricchezza.
Già, ma come? E'vero che -come dice il Governo- nessuno meglio degli enti locali sa quello che succede sul territorio. Non solo in tema di evasione ma anche rispetto alle reali potenzialità produttive delle persone e delle società, alle valorizzazioni più efficaci, agli specifici fabbisogni da colmare attraverso l'attrazione di investimenti provenienti dall'esterno.
Le cose che gli enti locali potrebbero fare sono molte: promozione di fusioni/acquisizioni societarie (molti dicono che alle radici del "declino" vi sia la dimensione troppo piccola delle imprese), compartecipazione in iniziative di private equity, apposizione di garanzie su finanziamenti privati diretti ai progetti più validi, realizzazione di infrastrutture sinergiche allo sviluppo, valorizzazioni urbanistiche mirate, marketing intelligente del territorio sui mercati globali.
Con l'eccezione forse di quest'ultimo punto2 , al momento poco o niente viene tuttavia fatto.
Il motivo è semplice. Oggi come oggi,gli enti locali hanno risorse scarse e soprattutto entrate non direttamente legate alla performance economica del proprio territorio (l'entrata propria principale è l'ICI, di natura patrimoniale).
Vanno quindi creati gli incentivi necessari al fine di trasformare gli enti locali in attivi "promotori della crescita" attraverso un meccanismo di compartecipazione tributaria dinamico di tipo competitivo, basato ad esempio sul delta di crescita (misurato come differenziale positivo tra tasso di crescita locale e un tasso di crescita "nozionale" predeterminato a livello centrale).
Occorrerebbe inoltre determinare il livello di compartecipazione (inteso come percentuale della ricchezza prodotta) che resterebbe nelle casse degli enti locali (si può ipotizzare il 50-75 % del gettito addizionale creato dal delta di crescita).
E' ovviamente molto difficile stimare il potenziale impatto di una riforma di questo tipo, soprattutto per quanto riguarda l'effetto (positivo) della "competizione per crescere" sul tasso naturale di crescita dell'economia nel suo complesso e quindi sulle entrate tributarie dello stato.
Veniamo invece agli enti locali.Se si fa l'ipotesi -forte- che il delta potenziale sia una fattore moltiplicativo fisso rispetto alla performance storica, possiamo avere almeno un'idea degli effetti potenziali della riforma.
Utilizzando il valore aggiunto come proxy e ,e assumendo che il fattore moltiplicativo di cui sopra sia pari ad uno, si rileva -ipotizzando che i soggetti interessati possano essere le città e il tasso"nozionale" la crescita del PIL - come il delta medio 1996-2002 per città come Roma e Napoli sia stato compreso fra lo 0.5 e l'1%.Tenendo conto della diversa rilevanza economica, il "premio" per le stesse città avrebbe potuto quindi essere di circa 100 milioni in media d'anno.
Nel complesso,con una tempestiva introduzione del meccanismo descritto avremmo quindi avuto una situazione con:
- un tasso di crescita dell'economia superiore (0.4-0.6 %?);
- disavanzo dello stato inferiore (di 1-2 miliardi ?);
- maggiori entrate correnti dei Comuni (superiori al miliardo?).
2 Seguendo l'esempio di Torino, Roma sta per creare un'agenzia per la promozione degli investimenti esterni.
Quello che è fondamentale è che avremmo avuto un'innovazione a costo zero suscettibile di generare risorse comunque aggiuntive.
Da ultimo, occorre sottolineare come meccanismi simili esistano già in realtà a noi vicine.Ad esempio in Spagna.
Dal 1° gennaio 2004 le città spagnole con più di 75000 abitanti non ricevono più trasferimenti statali .In cambio, hanno circa il 2% delle imposte originate dall'imponibile che si forma sul loro specifico territorio.
E' proprio in questo contesto che negli ultimi anni città come Madrid e Barcellona hanno lanciato moltissime iniziative per l'attrazione degli investimenti e la promozione della crescita economica. Con qualche risultato: i 501 managers internazionali che ogni anno sono intervistati dall'European Cities Monitor per premiare le città più competitive hanno appena inserito Madrid e Barcellona fra le 7 città più competitive d'Europa, subito dopo le "solite" Londra, Parigi, Francoforte, Bruxelles e Amsterdam. E l'economia spagnola cresce a ritmi del 3%.
Da noi -che cresciamo dello 0.5 % in meno rispetto alla media UE- si continua a discutere più che altro di come dividersi risorse che diventano sempre più scarse. Possiamo permettercelo?

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