Buon Dpef, ma lo sviluppo?
di Enrico Cisnetto

Un Dpef che non fornisce risposte, ma al contrario propone un pesantissimo dilemma: come coniugare rigore e sviluppo?

In piena coerenza con una delle caratteristiche del nuovo ministro, Domenico Siniscalco, il documento di programmazione economica perde gran parte di quelle caratteristiche da "libro dei sogni" pieno di ottimismo e promesse di crescita mirabolanti, per diventare una sequela di cifre quasi inquietanti, soprattutto per quei 24 miliardi di euro di manovra, 17 di tagli strutturali e 7 di entrate una tantum. Il tutto per evitare di portare il deficit 2005 sopra al 3%. Ci aspetta dunque una Finanziaria-monstre che però, oltre a mantenere i propositi di rigore, dovrà stare attenta a non colpire troppo duramente un'economia già debilitata. Ed è proprio questo il vero dilemma: dove trovare i margini di manovra per affiancare all'opera di risanamento misure che facciano ripartire l'economia? Se il governo ha per ora il merito di aver posto la domanda giusta, non ha certo mostrato con questo Dpef di aver in tasca anche la risposta. Anzi, lo squilibrio è per ora tutto a favore del rigore (anche se finora manca un'indicazione fondamentale: chi pagherà), mentre sullo sviluppo le idee sembrano ancora troppo confuse. Lo dimostra il fatto che nelle previsioni per i prossimi quattro anni, mentre il deficit e il debito vengono riportati sotto controllo, sul fronte della crescita del pil, pesano poco gli investimenti e il saldo tra import ed export dovrebbe dare sempre un contributo negativo. Una dinamica, dunque, che non prevede né uno sforzo di trasformazione e ammodernamento del sistema produttivo (investimenti), né un miglioramento della nostra competitività internazionale (bilancia commerciale). Ci si affida solo ad una ripresa del mercato interno, difficile e dai dubbi risultati positivi (potrebbero avvantaggiarsene soprattutto le importazioni). Insomma, giusta l'analisi sulle difficoltà congiunturali, tutta da verificare la strategia per uscirne e costruire uno sviluppo duraturo.

Eppure Siniscalco sa che il bilancio disastrato che ha ereditato da Tremonti non deriva solo dall'eccesso di spesa corrente ma anche dall'incapacità del Paese di crescere agli stessi ritmi delle altre economie avanzate, causa ed effetto dell'ormai famigerato declino competitivo. Entrambi i fenomeni degenerativi non hanno un colore politico, visto che sia il boom della spesa corrente sia il gap di crescita hanno radici quantomeno nel medio periodo. La spesa è aumentata del 6,8% dal 1997, ripartendosi in parti uguali tra la scorsa legislatura di centro-sinistra e quella attuale di centro-destra. Mentre la crescita ormai è sotto la media europea da un decennio (e quella Ue a sua volta è lontana da quella Usa), ed è il frutto di scelte strategiche sbagliate - o semplicemente rimandate - negli anni precedenti. Invece, di fronte all'impresa di dover trovare 24 miliardi (1,7% del pil), tutto fa prevedere che si ricalcherà lo schema usato nella manovra correttiva sui conti 2004 - approvata ieri definitivamente - con il solito mix di nuove entrate racimolate dove si può (casa, banche) e tagli dove si riesce. Infatti, il Dpef si muove nello stesso solco, e le misure per dare slancio all'economia si limitano alla promessa di una riforma fiscale da effettuarsi nei prossimi due anni i cui obiettivi sono però di puro consenso - diciamo pure elettorali - e non certo di trasformazione economica. Ma senza un disegno di lungo periodo, che punti al cambiamento della struttura del capitalismo, si rivelerà nel migliore dei casi inutile, se non addirittura dannoso. Si rifletta su questo punto: l'operazione chiarezza di Siniscalco non è di per sè sufficiente a convincere a nuovi sacrifici le parti sociali, anzi. Prendiamo i sindacati: sappiamo che sono conservatori, ma si può chiedere di collaborare "subendo" la moderazione salariale se poi non si garantisce la tenuta e l'aumento dei posti di lavoro attraverso incrementi di competitività che solo una politica industriale (finora fantasma) può dare? Stesso discorso vale per gli imprenditori, lasciati con le loro ataviche lacune in balia di un mercato globale che li emargina sempre più. Dal punto di vista del risultato macroeconomico, poi, rischiamo di rafforzare un circolo vizioso "minore sviluppo=minori entrate=maggior deficit=tagli ulteriori=minore sviluppo" che rappresenta il motivo del progressivo ridimensionamento dell'economia italiana. Nello stesso Dpef c'è la certificazione di questo meccanismo: la manovra correttiva da 7,5 miliardi ha fatto ridurre le previsioni di crescita del pil dal 1,4% all'1,2%.

Sia chiaro, non si tratta di aggravare una manovra già pesantissima con ulteriori uscite, bensì di riorganizzare gli interventi pubblici ponendosi di un apparato produttivo in buona misura obsoleto. Gli strumenti utilizzabili sono in gran parte già previsti: dalla fiscalità di vantaggio alla trasformazione degli incentivi in finanziamenti elargiti da fondi ad hoc. E non sarebbe necessario impiegare risorse superiori a quelle immaginate per l'eventuale taglio generalizzato delle tasse sui redditi finali. La rivoluzione starebbe nella maggior efficienza del loro utilizzo. La vera impresa da compiere è questa.

(30/07/04)