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Perché il declino non si trasformi in decadenza di Beniamino Lapadula
Responsabile Economico CGIL Nazionale
La Seconda Repubblica ha ereditato molti dei difetti della Prima, innanzitutto la frammentazione politica. Il cosiddetto "Mattarellum" premia i piccoli partiti, il doppio turno "alla francese" avrebbe assicurato certamente una migliore governabilità. Oggi sembra difficile che si possa mettere mano alla legge elettorale e c'è una gran voglia di proporzionalismo con il rischio del "taglio delle ali" e del ritorno a governi di tipo consociativo che, al di là di ogni buona intenzione, finirebbero col ricreare le condizioni che hanno determinato la fine della prima repubblica.
Cosa possono fare allora le forze della società civile per aprire una nuova stagione politica?
Occorre insistere molto sul terreno programmatico. Bisogna "costringere" gli schieramenti elettorali a darsi un preciso profilo programmatico, a non presentati con confusi manifesti elettorali.
I cosiddetti "corpi intermedi" non possono però limitarsi a questo. La stagione del declino del Paese è iniziata da tempo ed il rischio che si entri nella fase della decadenza è reale.
Oggi tutti parlano del declino dell'Italia, invece quando la CGIL nel 2002 organizzò uno sciopero per segnalare questo rischio e chiedere un cambio radicale nella politica economica molti disapprovarono. Non si era ancora fatta sufficientemente strada la consapevolezza che le ricette del governo Berlusconi non avrebbero funzionato. Nella più grande confederazione sindacale italiana le angoscianti fragilità che mettono a repentaglio il futuro del nostro Paese erano, al contrario, ben presenti da tempo.
Già alla fine dell'estate del 1999, in un importante convegno di politica economica su sviluppo, occupazione, competitività, aperto dalle relazioni di Marcello Messori e Franco Gallo, aveva compiuto un'analisi approfondita dei rischi che l'Italia avrebbe corso se non si fosse affrontato con urgenza il problema strategico del riposizionamento del nostro modello di specializzazione produttiva. Era già chiaro da allora che, se nel nuovo regime dell'Euro, non si fosse imboccato il sentiero di un prodotto a più alto valore aggiunto, non si sarebbe andati da nessuna parte e il nostro apparato produttivo avrebbe continuato a perdere colpi.
Si sottolineò che a partire dall'inizio degli anni '70 le imprese italiane si erano misurate con quelle degli altri paesi avanzati soprattutto sulla base della competitività di prezzo realizzata con bassi salari e svalutazione, quest'ultima non più possibile dopo l'ingresso nell'euro. Inoltre, nel contempo, si era attenuato il principale fattore di successo dei nostri distretti industriali: la capacità di imitare o adottare rapidamente le innovazioni prodotte altrove. Era ormai chiaro che l'affermarsi della information tecnology aveva ridotto i tempi di diffusione dell'innovazione dai paesi "centrali" a quelli "periferici" che, a questo punto, stavano diventando competitori sempre più temibili.
Schematizzando si sostenne che vi erano due alternative:
- ripristinare la competitività di prezzo;
- modificare il "modello di specializzazione".
Puntare su formazione, ricerca e innovazione per imboccare la via alta alla competitività, fornire ai nostri distretti industriali il supporto necessario, portare a termine le liberalizzazioni, far diventare la flessibilità un'occasione di crescita sociale e professionale e non di precarizzazione. Furono queste le proposte scaturite da quel convegno a cui intervennero tre ministri del Governo in carica (Amato, Salvi e Visco).
La ripresa dell'attività economica che raggiunse nel 2000 un tasso di aumento del PIL pari a circa il 2,7 per cento, simile a quello degli altri più importanti paesi europei, ingenerò l'illusione che tutto potesse continuare come prima, sarebbe bastato soltanto un grado ancora maggiore di flessibilità del lavoro, una riduzione delle imposte bilanciata da un taglio alla spesa sociale e una minore forza del sindacato per fare ripartire la crescita. Gli imprenditori, cullandosi in quella illusione, ribaltando ogni pronostico, diedero il timone di Confindustria ad Antonio D'Amato e decisero di puntare le loro carte su Silvio Berlusconi, accolto a Parma come un leader capace di riportare il paese sul sentiero della crescita.
Il resto fa parte della cronaca politica ed economica di questa prima metà della legislatura. Non solo non c'è stato alcun miracolo economico, ma l'Italia è andata peggio degli altri paesi europei. La congiuntura economica internazionale non è stata certamente favorevole, ma le ricette di politica economica adottate dal governo hanno aggravato la situazione e, quello che più conta, hanno compromesso il futuro dell'Italia. Quel tanto di legalità fiscale conquistata con fatica nella scorsa legislatura, a causa dei condoni, scudi fiscali e concordati, è stata gravemente compromessa, tutto il sistema degli incentivi alle imprese che aveva cominciato a dare primi risultati è stato smantellato, la politica dei redditi e la concertazione sono state abbandonate.
Bene fa quindi Società aperta a lanciare l'idea di un "tavolo dell'emergenza" per definire un grande "Progetto anti-declino". Molte delle proposte contenute nel documento intitolato "Fermare il declino" sono condivisibili, altre necessitano di approfondimenti.
Affrontare oggi questi temi con il governo in carica è francamente un'impresa a dir poco problematica. L'unica ricetta che propone è quella del taglio elle imposte con una copertura "macroeconomia". L'Esecutivo in carica non sembra capace di andare oltre la "Curva di Laffer".
Per provare a fargli cambiare impostazione ci vorrebbe un patto tra produttori, incentrato su pochi punti concreti.
(29/04/04)

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