Montezemolo-Profumo, un asse che fa ben sperare
di Enrico Cisnetto

Riconosciuto sostenitore del "gioco di squadra" come filosofia di vita, Luca Cordero di Montezemolo ha trovato in Alessandro Profumo la sponda ideale per costruire un nuovo asse nel capitalismo italiano. Il tempismo (non casuale) con cui l'amministratore delegato di Unicredito ha utilizzato le pagine del Sole 24Ore - quelle stesse su cui per mesi si è versato fiumi d'inchiostro contro il sistema bancario - per annunciare il cambio nella politica di concessione del credito alle imprese, segnala che "l'intesa" c'è già. Entrambi, Montezemolo e Profumo, hanno eliminato dalle loro analisi la negazione consolatoria del declino - anche se usano la parola con prudenza - e utilizzano lo strumento dell'autocritica ai rispettivi ambienti per poi formulare proposte innovative. L'azienda-Italia è più che mai bisognosa di una ristrutturazione urgente e profonda: sulla sintonia mostrata dal duo Montezemolo-Profumo si può costruire una risposta, magari coagulando chi in altri ambiti, come quello sindacale, sfoggia lo stesso realismo e la stessa voglia di reagire. Certo, alle buone premesse bisognerà far seguire i fatti, ma francamente all'orizzonte non si vedono altri che abbiano la credibilità necessaria per tentarci.

Prendiamo come punto di partenza la proposta di Profumo. In realtà il semplice meccanismo individuato da Unicredito - la banca rinuncia a chiedere garanzie personali all'imprenditore a patto che costui proceda ad un aumento di capitale - va a toccare una serie di limiti culturali e strutturali del nostro tessuto imprenditoriale. Portato alle sue conseguenze più estreme, quel modello impone una distinzione netta tra il patrimonio familiare e quello aziendale nonché una maggior managerializzazione a scapito del proprietario-accentratore. In un colpo solo si eliminerebbero non pochi di quei paletti che normalmente interrompono il percorso di crescita delle aziende, anche le più promettenti. Le quali non rimangono certo "nane" per mancanza di strumenti finanziari adeguati. Ieri lo stesso Montezemolo l'ha detto chiaramente: mettere al riparo le aziende dalle vicissitudini della famiglia azionista; separare proprietà e gestione; usare la trasparenza e l'etica come fattori di competizione. Anche il neo presidente di Confindustria sembra conscio che la volontà di non staccarsi dalla dimensione familiare e l'ansia del controllo pesano tanto quanto un contesto che non incentiva il salto dimensionale. Lo dimostra anche la provocazione della Fondazione Nord Est, che ha chiesto una legge per impedire il trasferimento della gestione delle aziende per via ereditaria. La constatazione è che non tutti i figli di bravi imprenditori sono altrettanto validi e i danni provocati dalla distruzione di un'azienda sono soprattutto sociali.

Ma certe rivoluzioni culturali sono possibili solo se si lavora su più fronti: Profumo ha aperto una via che sta costringendo molti altri grandi banchieri a seguirlo in una competizione che si annuncia virtuosa; Montezemolo non dovrà aver paura di mettere a repentaglio l'attuale oceanico consenso per sfatare qualche "incrostazione" del passato. Anche dentro Confindustria le forze che spingono al cambiamento ci sono. Agli industriali di Vicenza - terza associazione a livello nazionale - il presidente Massimo Calearo ha detto a brutto muso: "Vogliamo dimostrare che come imprenditori siamo pronti a riflettere criticamente e apertamente sui nostri limiti, senza pregiudizi". Percorsi di autoanalisi paralleli a quelli in corso sul fronte sindacale, dove Cisl e Uil stanno "recuperando" la Cgil anche grazie alle aperture arrivate proprio da Montezemolo.

Il vero problema è che in questo sommario censimento degli "spiriti innovativi", la politica è latitante. Di fronte alla staffetta D'Amato-Montezemolo, la sinistra ha applaudito alla nascita di una "Confindustria dell'Ulivo", mentre nella maggioranza c'è chi, come Maroni, teme la nascita di un blocco di potere alternativo e non troppo benevolo. Timori che peraltro Montenzemolo ha tentato di attenuare usando nei confronti del governo toni molto concilianti, come era giusto fare alla vigilia di una scadenza elettorale importante. Ma rimane il problema che le forze sociali non possono fare a meno della politica, e questo bipolarismo offre loro ben poco. Tuttavia, ieri potrebbe essere davvero nata iniziata una rivoluzione nella classe dirigente di questo Paese. Non la nascita di quella nuova "razza padrona" (termine inevitabile nel giorno della morte di Eugenio Cefis) che qualcuno (escluso) paventa, ma una nuova elite forse capace, domani, di promuovere nuove stagioni politiche. Speriamo.

(31/05/04)