|
 |
Chiarezza sui contenuti prima che sulle poltrone di Enrico Cisnetto
In attesa che si risolva il "chi" dopo-Tremonti, intanto sarà bene chiarire il "cosa". Ieri ci hanno provato Confindustria e sindacati, positivamente. Ma il problema è la "terza gamba" del tavolo della concertazione, il governo.
E qui, visto che i vertici notturni dei giorni scorsi hanno lasciato molti punti interrogativi, non suoni né impertinente né, viceversa, retorica la domanda: dentro la maggioranza di governo, chi e quale misura è d'accordo con la linea di politica economica e di bilancio esposta da Berlusconi ieri in Parlamento? E, in particolare, è condivisa l'idea - già respinta sia dagli industriali che dalle organizzazioni dei lavoratori - che in questo momento il bene del Paese passi per una riduzione delle tasse, sia Irpef (persone) che Irap (aziende)? La domanda è rivolta soprattutto ai partiti e agli esponenti politici della Cdl. Intanto, perché si tratta di scelte tali da rappresentare il vero discrimine per continuare ad aderire o meno alla maggioranza. E in secondo luogo, perché appare francamente inutile sollecitare il responso di una opposizione che, da un lato critica il governo per una politica di bilancio poco attenta alle restrittive regole europee, e dall'altro lamenta (per di più usando vecchie parole d'ordine) il peso di una manovra correttiva che preferisce chiamare "stangata".
Riassumendo, Berlusconi ha detto che i conti pubblici sono "sotto controllo", tanto che il giudizio negativo di S&P appare "fuori misura", e che è intenzionato a ridurre il carico fiscale di circa 12 miliardi di euro, oltre che ripristinare il fiscal drag (ma solo nel 2006). Inoltre l'idea di istituire un fondo rotativo per finanziare le imprese a tassi ridotti, fa presupporre che si voglia mettere mano all'attuale sistema di agevolazioni alle imprese. E' questa la ricetta giusta? Sarebbe più facile rispondere se il premier avesse spiegato dove trova quei 12 miliardi, visto che egli stesso ha detto di non voler contravvenire alle regole europee (probabilmente il Cavaliere spera che nel frattempo venga modificato il Patto di stabilità, specie dopo il pronunciamento della Corte di giustizia, ma è una variabile troppo aleatoria) e che ieri la Corte dei Conti ha annunciato che nel 2003 la prima tranche della manovra fiscale è costata all'erario 1 miliardo in più del previsto (4,7 anziché 3,7 di minor gettito). In più il responsabile del Dipartimento economico di Palazzo Chigi, Gianfranco Polillo, dice che il deficit tendenziale del 2005 è non meno del 4% del pil e che l'ordine di grandezza della prossima manovra sta tra 22 e 30 miliardi. Ipotesi confermata dai conti del primo trimestre 2004 dove a preoccupare non è solo il 6,1% di deficit-pil (l'anno scorso era 6%), quanto l'avanzo primario (-1,4% contro -0,4%). Ergo, non sbaglia chi crede che le misure di finanza creativa dell'era Tremonti hanno mascherato uno scostamento di circa 31 miliardi di euro nella spesa corrente.
Insomma, se non si si vuole semplicemente vellicare il Paese con slogan tipo "meno tasse per tutti", occorre chiarire quali sono i veri conti dello Stato e da lì far discendere ogni altra proposta. In mancanza, non si può che ragionare sul merito del piano Berlusconi, trascurando per un momento l'aspetto di bilancio.
Dal punto di vista dei principi, il ragionamento del premier non fa una piega: riportare la pressione fiscale a livelli accettabili ("naturali" dice lui) non può che aiutare il clima sociale, incentivare l'attività economica. Ma tre anni di stagnazione hanno dimostrato che il nostro problema è quello di produrre ricchezza, non come distribuirla. E non convince nemmeno l'ipotesi che il calo della pressione sull'Irpef possa avere degli effetti congiunturali positivi, facendo aumentare i consumi e in questo modo agganciare la ripresa. Bisogna invece concentrarsi su ciò che determina il declino del sistema-Italia: il comparto industriale. Non è un caso se ora che l'eccezionale ripresa extra-Ue inizia a riverberarsi anche da noi, il settore manifatturiero rimane debole: secondo le stime preliminari della Banca d'Italia, la produzione industriale nei primi sei mesi del 2004 è ulteriormente scesa dell'1,4%. E i dati sulla bilancia commerciale del 2003 suonano come pesanti sentenze per la nostra capacità di vendere all'estero: le esportazioni si sono contratte del 3,9%, con performance peggiori della media per settori tradizionali come le calzature (-9%) o il tessile (-7%). La classica spiegazione della concorrenza dei paesi emergenti racconta solo una parte delle verità, perché si sono perse quote di mercato anche nei confronti di Spagna e Germania (stessa moneta e stesse difficoltà congiunturali). E anche il ritorno al segno più previsto quest'anno (+1,8% secondo l'Ice), oltre ad avere ragioni tutte esterne, non ci permette nemmeno di recuperare le posizioni perse l'anno scorso.
A guardare questi dati, è dunque solo sul sistema produttivo che la leva fiscale va azionata. Ma le misure devono essere mirate, puntando a correggere le patologie sistemiche delle nostre aziende. Bisogna, cioè, favorire le fusioni, l'internazionalizzazione, la dotazione di capitale di rischio e il ricambio generazionale, il passaggio a settori a più alto contenuto tecnologico.
E qui si torna al punto di partenza: ci sono i soldi? La domanda non significa voler puntare tutto su un rigore di bilancio che finirebbe col soffocare quei pochi spazi di crescita che rimangono. Ma la maggioranza deve rendersi conto che le cartucce a disposizione sono pochissime, e non si possono sparare inutilmente. Chiunque sia il successore di Tremonti.

|