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Un rimedio (impraticabile?) al declino dell'Italia di Giovanni Somogyi
Il declino della nostra economia, trattandosi di un fenomeno dinamico, viene giustamente identificato, in prima battuta, attraverso indicatori dinamici: in primo luogo il più lento ritmo di crescita, ormai dall'inizio degli anni Novanta, rispetto alla media europea (confronti di più ampia portata geografica non avrebbero molto significato); in secondo luogo la perdita di quote sul totale delle esportazioni mondiali, ancora una volta più accentuata rispetto agli altri paesi europei. Questi fatti denunciano indiscutibilmente un fenomeno di declino, con buona pace di tutti quei cultori di retorica, numerosissimi in Italia, i quali, con un classico transfert psicoanalitico, inveiscono contro la "retorica del declino".
Se però ci domandiamo quali possano essere le cause di questo stato di cose, e quali i possibili rimedi, occorre andare più a fondo. Si osserva, a mio avviso molto giudiziosamente, che dette cause non operano solo da poco tempo, un decennio o poco più, ma che il declino ha radici antiche. Credo si possa affermare che esso trovi le sue origini già negli anni Settanta. Infatti, mentre nei due decenni precedenti si colloca la vera rivoluzione industriale del nostro Paese, che nel particolare clima di quel periodo realizza con successo una straordinaria rincorsa verso l'Occidente e l'Europa, viceversa a partire dagli anni della crisi del dollaro e degli shocks petroliferi il passo dello sviluppo italiano rallenta e negli anni Ottanta assume lo stesso ritmo della media europea, per poi come si è detto scenderne al di sotto.
Occorre collegare queste osservazioni alla constatazione che l'economia italiana si caratterizza, nei confronti degli altri paesi europei, per la netta prevalenza delle piccole e medie imprese e, corrispondentemente, per lo scarso e decrescente peso di quelle grandi. Per esemplificare in estrema sintesi, si può ad esempio ricordare che in Italia non esistono giganti mondiali nel campo delle telecomunicazioni, e che quel poco che c'era è sparito. Viceversa in Francia, paese di dimensioni economiche paragonabili a quelle italiane, c'è Alcatel, il numero due mondiale del settore; nei Paesi Bassi, di dimensione ben inferiore a quella dell'Italia, c'è il gigante Philips, che finora ha retto all'urto della concorrenza di giapponesi e coreani, e che presumibilmente sarà in grado, e non certo per avere salari concorrenziali, all'urto cinese. Ancora: in campo alimentare le nostre maggiori imprese sono di dimensione modesta a livello mondiale, per non voler ricordare poi i disastri Cirio e Parmalat. Viceversa, nella vicina Svizzera e ancora nei Paesi Bassi, ci sono i due giganti Nestlè e Unilever. In campo farmaceutico da noi si è fatto il vuoto, mentre ancora in Svizzera, per non parlare del Regno Unito, ci sono imprese di formidabile capacità concorrenziale. Analogo discorso potrebbe farsi sulle banche. E infine, ma si potrebbe continuare a lungo, ormai traballa da tempo il gigante italiano dell'automobile, la Fiat, mentre i concorrenti europei, Peugeot, Renault, BMW, Volkswagen, Mercedes sembrano tenere validamente il campo.
Colleghiamo queste considerazioni con un'altra caratteristica singolare della nostra economia, cioè con l'abnorme estensione dell'area del lavoro autonomo e del lavoro irregolare, cui corrisponde lo scarso peso, veramente da paese sottosviluppato, dell'area del lavoro dipendente, tipica invece del capitalismo avanzato. Rispetto al totale degli occupati, e sulla base degli ultimi dati OCSE disponibili per il 2002, vediamo che in Italia i dipendenti sono il 72.6%; rapporto questo che, tra i Paesi OCSE, è superiore solo a quelli del Messico e della Grecia, ma è già nettamente inferiore a quelli del Portogallo e della Spagna, per non parlare poi dei livelli cui giungono Francia, Germania e Regno Unito. Quest'ultimo Paese, ad esempio, tocca l'88%. Bisogna poi osservare un'altra singolarità del mercato italiano del lavoro, cioè il debole tasso di partecipazione; sul totale della popolazione in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni) le forze di lavoro in Italia sono proporzionalmente molto inferiori al peso che si registra mediamente in Europa. E' noto che ciò può essere attribuito alla forte diffusione che ha da noi l'economia sommersa. Per tornare ad esempio ad un raffronto con il Regno Unito, là i lavoratori dipendenti, cioè coloro che operano in un contesto di tipo capitalistico, sono quasi i due terzi della popolazione in età lavorativa, grosso modo 25 milioni di individui su 40; da noi invece sono solo 16 su 39, il 40% circa.
Che cosa significa tutto ciò? La capacità espansiva e competitiva di una economia avanzata di tipo occidentale sta soprattutto nelle grandi imprese. La forza dell'economia americana sta soprattutto nelle vituperate multinazionali. Esse possono utilizzare, nella competizione globale che oggi dobbiamo affrontare, le armi del talento organizzativo e della cultura manageriale, della ricerca scientifica e della innovazione tecnologica, degli strumenti più sofisticati della gestione finanziaria. Da noi invece ci si è illusi sulle prospettive dei troppo celebrati distretti industriali; una intera generazione di economisti ha creduto che veramente potessimo reggere sul mercato mondiale senza grandi imprese, e solo con le miracolose salvifiche virtù del tessuto di piccole e medie imprese dei distretti industriali. Non per nulla questi teorici appartengono soprattutto alla cultura di sinistra, che da sempre si nutre del pregiudizio contro il capitalismo e la grande impresa.
A questo punto possiamo tirare le fila del nostro discorso. A partire dalla fine degli anni Sessanta nel nostro Paese si è manifestata la contestazione più o meno violenta di quella che è la massima espressione del capitalismo moderno, cioè la grande impresa. Da allora si è manifestato il fenomeno conosciuto come delocalizzazione produttiva, che ha arrestato e anzi fatto arretrare le grandi concentrazioni produttive, diventate in molti casi ingestibili. Ma senza grande impresa non c'è capitalismo maturo: il primo a teorizzare questo concetto è stato proprio Karl Marx. E senza capitalismo non c'è progresso economico: questo si è incaricata la storia di dimostrarlo, e non solo in Occidente, ma anche con il crollo del sistema sovietico, e in tutto il Terzo Mondo. Invece in Italia la cultura di sinistra ha sempre guardato con ostilità alla grande impresa, e anche in campo cattolico non è che si registrasse grande simpatia. L'azione distruttiva dei sindacati ha quindi trovato sempre l'appoggio dell'opinione pubblica. Solo a Torino la famosa "marcia dei quarantamila" e la grinta di un grande manager come Cesare Romiti riuscì a porre le basi per la difesa di quella che ad oggi è rimasta, sia pur claudicante, l'unica grande nostra multinazionale. Tutta la legislazione, quella fiscale in prima fila, ha sempre privilegiato l'artigianato, il lavoro autonomo, la piccola impresa. E tutto ciò ha determinato la stentata crescita dell'area del lavoro dipendente, il prevalere delle piccole aziende sulle grandi, l'enorme dilatazione dell'economia sommersa.
Finchè si è potuta maneggiare l'arma della svalutazione della lira, adoperata senza risparmio a partire dall'inizio degli anni Settanta, l'economia delle piccole imprese ha potuto difendersi. Ma nel frattempo, e sempre grosso modo a partire dagli anni Settanta, il finanziamento, attraverso l'emissione di debito pubblico, di uno Stato sociale che non potevamo ancora permetterci ha posto le premesse del dissesto della finanza pubblica. Ci siamo salvati con l'ingresso nella moneta unica, ma da quel momento il re è nudo: la crescita del debito pubblico si è dovuta arrestare, la lira è scomparsa e con essa l'arma della svalutazione, l'alta pressione fiscale rimane incomprimibile.
Il rimedio, che credo quasi impraticabile, sarebbe quello di far crescere quelle medie imprese che ancora abbiamo, di togliere vincoli ed oneri che gravano su tutte le manifestazioni del capitalismo avanzato, aprire i mercati e abolire gli innumerevoli ostacoli ad una vera concorrenza, favorire soprattutto attraverso misure fiscali il collocamento in borsa delle imprese, il loro adeguamento dimensionale, le concentrazioni aziendali. Ma un preliminare essenziale sarebbe lo sforzo congiunto di tutta la collettività nazionale di riflettere sul passato, e di compiere una vera e propria rivoluzione culturale: non solo a sinistra, naturalmente, dove però quasi non c'è traccia di questo salutare ripensamento, ma anche a destra, dove finora è sostanzialmente mancata la consapevolezza di dover svolgere una missione storica, e la capacità di rovesciare l'andazzo che ci ha portati all'attuale ristagno.
(02/03/04)

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