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Il rilancio della competitività mette tutti d'accordo,ma la disciplina
del lavoro subordinato va rivista
di Marco Marazza
Tutti concordano sul fatto che la sfida più importante
dei prossimi anni è quella della competitività ma non è ben chiaro quale
debba essere il contributo del diritto del lavoro. Le parti sociali
rivendicano più risorse per innovazione, ricerca ed ammortizzatori sociali.
Il Ministro Maroni rilancia in questi giorni con una proposta che sembra
raccogliere un consenso diffuso. Torniamo a ragionare sul costo del
lavoro rimodulando le aliquote Inail per chi investe in sicurezza e
prevenzione. Il clima sembra propositivo ma c'è da chiedersi se i temi
sollevati siano realmente quelli giusti. Non ne sono convinto. La riduzione
del costo indiretto del lavoro di un punto percentuale o poco più non
modifica sostanzialmente la posizione italiana rispetto ai competitori
europei e, soprattutto, non determina un reale incremento della produttività
del lavoro.
La vera innovazione passa necessariamente attraverso un ripensamento
della disciplina del contratto di lavoro subordinato. In Inghilterra,
dove il livello di garanzie è certamente inferiore al nostro, il 16%
dei dipendenti lavora oggi più di 48 ore settimanali in quanto sono
ammesse deroghe individuali alla disciplina dell'orario di lavoro. In
Germania, dove non esiste l'art. 18, la disciplina dell'orario di lavoro
è stata rivista per arrestare il processo di delocalizzazione di una
primaria industria automobilistica. L'esperienza dimostra che la competitività
richiede una riconsiderazione delle tutele del lavoro ma sembra difficile
ammetterlo. I lavoratori ritengono di aver già dato a sufficienza assumendo
di aver sacrificato con la recente riforma Biagi il loro primario interesse
ad essere occupati con un contratto di lavoro a tempo pieno ed indeterminato.
In parte hanno ragione ma certamente trascurano il fatto che l'introduzione
di nuovi contratti di lavoro o la rivisitazione di altri non cambia,
nei termini in cui è stata proposta, la produttività del lavoro. La
disciplina del rapporto di lavoro, qualunque sia il contratto utilizzato,
è sempre uguale a se stessa. Il Governo, da parte sua, evita di sollevare
il problema. Lo conferma lo scioglimento della Commissione di esperti
istituita presso il Ministero del lavoro per la formulazione di una
proposta di riarticolazione delle tutele del lavoro. La conseguenza
è che i più recenti rinnovi contrattuali non solo stentano a dare piena
operatività alla riforma del mercato del lavoro, che taluni ipotizzano
addirittura di cancellare con la prossima legislatura, ma neanche offrono
spunti alternativi per l'innovazione.
Una via di uscita si può ipotizzare. Il tiepido atteggiamento della
contrattazione collettiva nei confronti della riforma Biagi può infatti
essere giustificato a condizione che le parti sociali inizino a ragionare
sull'inadeguatezza del principio di eguaglianza formale, e non sostanziale,
che caratterizza l'attuale diritto del lavoro. E' questo un possibile
punto di partenza di una nuova politica sociale. La condivisibile spinta
verso l'occupazione stabile a tempo indeterminato richiede come contropartita
un ripensamento del concetto di rendimento del lavoro e la valorizzare
della quantità individuale di produzione nell'unità di tempo. Ciò è
possibile, da un lato, incentivando la produttività con una seria politica
delle dinamiche retributive variabili pienamente governata dal dialogo
sociale e che il governo potrebbe alimentare usando la leva fiscale.
D'altro lato, consentendo che il rendimento assurga a parametro di verifica
dell'esatto adempimento della prestazione di lavoro.
In tal senso un segnale incoraggiante lo registriamo dove meno lo avremmo
aspettato e, cioè, nella trattativa per il rinnovo del contratto del
pubblico impiego. Pienamente condivisibile, infatti, è la disponibilità
offerta dal Ministro degli Esteri a nome del Governo. E' possibile superare
la soglia dei 95 euro a condizione che il sindacato accetti di discutere
di competitività e meritocrazia. Perché è giusto stanziare nuove risorse
ma è dubbio che debbano essere distribuite, senza distinguere il lavoratore
più produttivo, in ossequio di un falso principio egualitario.
11 aprile 2005

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