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Risparmio, vigilanza solo in chiave europea di Pio Mastrobuoni
"Il denaro dev'essere solido come una legge". Lo scriveva molti secoli fa, esattamente nel 1360, Nicolas Oresme, vescovo e filosofo francese.
Questo aforisma, che ci è stato ricordato dall'ex presidente della Banca Centrale Europea in un suo discorso ad Aquisgrana al momento di ricevere il premio internazionale Carlo Magno, è diventato una sorta di stella polare nella difficile navigazione dell'Unione Europea. Guai a non tenerne conto nella scelta della rotta. Già, perché senza stabilità, l'euro perde questa sua funzione di bussola e la barca dell'Unione, sulla quale l'equipaggio sta per accrescersi di altre dieci unità, rischia di andare a incagliarsi in qualche secca da cui sarà poi molto difficile liberarla. Verrebbe, infatti, messa in discussione la ragion stessa dello stare insieme dato che la moneta unica è vista dalla quasi totalità dei governi impegnati in questa sfida epocale, che è la riunificazione del Continente, come l'espressione più nitida della fiducia reciproca sulla quale si fonda appunto l'Unione.
Di fronte a una simile convinzione, largamente condivisa , sorprende l'ostilità che una parte del governo italiano mostra nei confronti dell'euro, bersagliato di critiche non appena se ne presenta l'occasione, come nelle ricorrenti polemiche sul maggiore aumento in Italia dell'inflazione. Sarà pur vero che a differenza di altri paesi, da noi l'introduzione dell'euro si è prestata a manovre speculative, spesso eccessivamente disinvolte, che hanno provocato un'impennata dei prezzi al consumo, ma le forze ostili alla moneta unica non possono permettersi di ignorare che in assenza dell'euro nessuno dei quattro obiettivi primari fissati nel 1993 dal trattato di Maastricht, all'atto della creazione del Mercato Unico, sarebbe perseguibile. Né la libera circolazione delle merci, né quella dei servizi, dei capitali e della forza lavoro. Delle quali l'Italia non ha certo di che lagnarsi.
Dunque, anziché lasciarsi trascinare in sterili polemiche che disorientano un'opinione pubblica già abbastanza turbata dalle drammatiche notizie dei crac finanziari di questi giorni, sarebbe meglio impegnarsi nella ricerca dei rimedi più efficaci contro il dilagare di fenomeni speculativi a danno dei consumatori. Invece, siamo alle solite! Anziché provvedere a mettere a punto adeguati sistemi di controllo dei prezzi, coinvolgendo nell'accertamento degli abusi anche le organizzazioni di categoria, si va avanti sulla strada delle accuse reciproche tra le autorità preposte a questo compito. Sembra di assistere a una interminabile partita di scherma che vede schierati in pedana da una parte il ministro dell'economia Giulio Tremonti, dall'altra il presidente della commissione europea Romano Prodi.
Un po' come avviene nell'altro acceso scontro istituzionale in atto, quello tra lo stesso responsabile del pluri dicastero di via XX settembre e il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, a proposito degli scandali Parmalat e Cirio. Fino a prova contraria, anche qui la questione centrale attiene al ruolo e ai poteri delle autorità di controllo. Tra stoccate e parate, si avverte la sensazione che si stia discutendo del futuro assetto dei poteri di regolamentazione e vigilanza in Italia, prescindendo dalle scelte che si preparano in materia a livello europeo. Scelte che finiranno evidentemente per essere fortemente condizionanti anche in casa nostra.
Al riguardo è forse utile dare un'occhiata alla struttura che regge attualmente la regolamentazione finanziaria in ciascun paese dell'Unione.
In un loro studio molto approfondito sul funzionamento delle autorità di controllo nei paesi industrializzati, con particolare attenzione ovviamente a quelli dell'Unione, due economisti di vaglia come Donato Masciandaro e Angelo Porta dividono gli assetti istituzionali adottati in ciascuno di questi paesi in base sia al grado di concentrazione dei poteri di regolamentazione e di controllo sia al grado di coinvolgimento della banca centrale in tale distribuzione dei poteri. Un primo raggruppamento include Austria, Ungheria, Danimarca, Svezia, Lettonia, Gran Bretagna, Estonia, Malta, Belgio, Finlandia e Lussemburgo che lasciano la banca centrale fuori dai compiti di controllo; un secondo, che assegna un ruolo prevalente all'istituto di emissione, contiene Italia, Olanda e Portogallo, affiancate marginalmente, per la ridotta responsabilità che esercita la banca centrale nel solo settore bancario, da Slovacchia, Slovenia, Romania, Francia, Bulgaria, Cipro, Lituania e Spagna; in mezzo stanno Germania, Grecia, Repubblica Ceca e Polonia che affidano i controlli a separate autorità, specializzate sul settore bancario, su quello assicurativo e sui mercati mobiliari.
Diversi anche i sistemi applicati negli altri "grandi" del G8: gli Stati Uniti controllano le banche attraverso la banca centrale e un'autorità ad hoc, mentre i mercati mobiliari e quelli assicurativi sono sottoposti alla vigilanza di autorità specializzate; il Giappone si serve di un'autorità unica per tutti i comparti; la Russia, con la sola eccezione del settore mobiliare, sorvegliato da un'autorità specializzata, si affida per i controlli a dipartimenti governativi. Nel loro lavoro i due azzardano l'ipotesi della creazione di un'autorità finanziaria unica europea investita del compito di controllare i mercati finanziari in una fase di crescente "globalizzazione, integrazione e desegmentazione", segnalando che a mostrarsi più propensi ad una simile soluzione sono i paesi "con sistemi finanziari sviluppati, market oriented, concentrati", come Gran Bretagna, Norvegia, Svezia e Danimarca.
Avvertono però prudentemente che sulla scelta peseranno non poco i differenti contesti nazionali. Nonché, è opportuno sottolinearlo, lo scetticismo di quanti ritengono che quello dell'autorità unica sia un sistema scarsamente sperimentato, tant'è che la BCE ha già preso posizione più volte contro la separazione della stabilità dalla banca centrale. Insomma, un'altra battaglia è alle porta tra i paesi dell'Unione. Non sarebbe meglio che il ministro Tremonti e il governatore Fazio se ne preoccupassero in tempo, mettendo se possibile da parte i loro attuali dissapori, per non essere costretti, come spesso è avvenuto in passato sul palcoscenico europeo, a doversi nuovamente accontentare di posizioni di rincalzo? E' un interrogativo che non sottintende alcuna forma di compiacenza nei confronti di chicchessia.
30/01/04

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