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Il declino del sistema economico italiano: è un mito o c'è davvero? di Giovanni Somogyi
Da quando il Presidente della Repubblica è insorto contro l'idea che l'Italia sia in declino, abbiamo assistito (in un Paese malato di retorica e conformismo come il nostro) ad un coro di voci esultanti circa le sicure sorti di progresso dell'economia italiana.
Sarebbe bene fare un po' d'ordine. Intanto non mi pare sia il caso di tirare in ballo il Capo dello Stato. Egli dice quello che dice perché questo è il suo compito, è stato messo lì apposta: è un po' come il mister della squadra di calcio il quale, anche se sa di guidare delle scamorze, prima della partita deve incoraggiare i suoi giocatori, motivarli, renderli fieri e consapevoli dei loro compiti, e quindi deve dire loro che sono dei grandi campioni, dai quali ci attendiamo una grande partita; è un po' come il parroco che, quando gli portano il defunto per la messa funebre, deve dire ai parenti che sicuramente lo rivedranno in Paradiso (anche se magari sanno tutti che la futura destinazione dello sciagurato, a causa della sua vita peccaminosa, è l'Inferno). Ma a parte il Presidente della Repubblica, quando sentiamo negare i rischi di declino da parte di professori di materie economiche, o di giornalisti economici, cadono le braccia.
Poiché questa però, per fortuna, è una questione non di retorica, di arte oratoria o di poesia, ma è una questione sulla quale abbiamo dati che permettono di identificare fatti nudi e crudi, vediamo quali sono i fatti.
Credo che i dati più appropriati da esaminare in questa sede siano i confronti di lungo periodo sull'evoluzione storica del prodotto interno lordo dell'Italia in termini reali, cioè espresso in moneta a potere d'acquisto costante, con l'analoga evoluzione registratasi nell'Europa occidentale. I dati allora ci dicono che per due decenni, quello degli anni Cinquanta e quello dei Sessanta, lo sviluppo economico italiano in termini reali è stato molto più forte di quello medio europeo: per la precisione, del 6.1% e del 5.8% medio annuo, in confronto con l'analogo, e pur robusto, tasso di crescita delle economie di tutta l'Europa occidentale, rispettivamente del 4.9 e del 4.8% medio annuo. In termini pro capite la crescita risulta ovviamente un po' più bassa, perché si deve tener conto dell'aumento della popolazione: solo di recente, con il declino dell'incremento demografico, le due serie di dati, globali e per abitante, viaggiano quasi in parallelo. La crescita per abitante dell'Italia è dunque del 5.4 e del 5.1% negli anni Cinquanta e Sessanta, mentre per tutta l'Europa occidentale siamo sul 4.2 e 4.0%. Sono cifre che fanno impressione, da economie asiatiche emergenti: ma allora si era nel pieno di quella che è stata chiamata la golden age del capitalismo moderno, un periodo cioè di sviluppo, in tutto il mondo, che ancora non aveva visto l'eguale, come forza espansiva.
In questo quadro, l'Italia esprimeva la forza che derivava alla sua economia dall'aver potuto avviare la sua prima vera rivoluzione industriale, che l'avrebbe trasformata da una economia precapitalistica a base rurale in una economia industriale avanzata. E' vero che già negli anni Sessanta si avvertirono i primi scricchiolii, dovuti soprattutto ai caratteri di fragilità e di scarsa omogeneità del tessuto sociale e politico del nostro Paese (la crisi valutaria del 1963, l'elevata conflittualità sindacale); ma la spinta era ancora così forte da superare i fattori di crisi.
Anche nel corso degli anni Settanta, di rallentamento generalizzato della crescita in tutto il mondo, a causa soprattutto della vicenda degli shocks petroliferi, l'Italia riuscì a tenere un ritmo di sviluppo superiore, ma di poco, alla media europea: 3.6% medio annuo in termini globali, e 3.1% per abitante, contro i valori europei del 3.0 e del 2.5%.
Il volo dell'Italia davanti all'Europa termina con gli anni Ottanta. Il tasso di crescita globale (2.23%) è praticamente identico a quello medio dell'Europa occidentale (2.18%); ma il lievissimo vantaggio, mantenuto anche in termini pro capite, in un quadro di crescita certamente non più esaltante, fa sì che il rapporto tra reddito per abitante in Italia e reddito per abitante in Europa occidentale tocchi il suo massimo storico nel 1991. Nel corso degli anni Ottanta, infatti, il reddito medio degli italiani aveva raggiunto un rapporto del 100% (contro il 76% del 1950) rispetto alla media europea; e ciò significava che la rincorsa era terminata, ma attenzione! Eguagliare il reddito medio significava appunto che l'Italia si poneva su una posizione intermedia tra i Paesi più sviluppati, che rimanevano assai più avanti, e altri, come quelli dell'Europa mediterranea (Spagna, Grecia, Portogallo), che invece la seguivano.
Se però nel 1991 si raggiunge il rapporto del 102.5%, da allora il declino diviene continuo e appare a tutt'oggi inarrestabile. Infatti nel periodo 1990-2002 il tasso di crescita globale dell'Italia si riduce ad uno striminzito 1.4%, contro il 2% dell'Europa; per abitante, le cifre sono pari rispettivamente all'1.2 e all'1.7%. Il rapporto tra reddito medio italiano e reddito medio europeo scende, anch'esso senza soluzione di continuità, al 96.7% del 2002 e, secondo previsioni ormai molto attendibili, al 96.2% del 2003. Si tratta di oltre sei punti in dodici anni. Di questo passo (ma non è detto che il passo non peggiori ancora: nel 2002 e nel 2003 la nostra economia è stata praticamente ferma) nel 2015 il reddito medio degli italiani scenderebbe sotto il 90% di quello medio europeo: l'Italia cioè si troverebbe in Europa nelle posizioni di coda, e non possiamo dimenticare che oggi, nel quadro mondiale, l'Europa è una delle aree meno dinamiche.
Se questo che emerge dalla cruda realtà delle cifre non è un declino, mi domando che cosa sia. E' chiaro tra l'altro che non si tratta di un fenomeno congiunturale o passeggero, ma di un fatto strutturale, di lungo periodo.
E a questo punto, pur riservandoci ovviamente di tornare sull'argomento con analisi più approfondite, si possono formulare alcune sommarie considerazioni. Primo: appare chiaro che cosa si debba intendere oggi, quando si parla, a proposito dello sviluppo economico degli anni Settanta ed Ottanta, di economia drogata. Quella che era una acuta, anche se sconfortante intuizione, trova oggi una conferma. L'aver voluto finanziare la crescita e la realizzazione di un Welfare State molto avanzato con il ricorso al debito pubblico, l'aver voluto rinviare i problemi dell'adeguamento della struttura produttiva servendosi continuamente dell'arma della svalutazione, l'essersi sempre arresi di fronte alle contestazioni demagogiche di sindacati tanto prepotenti quanto imprevidenti, scaricando tutte le situazioni di crisi sul sistema delle imprese pubbliche, fino a concorrere alla sua ingloriosa scomparsa, tutto ciò ha significato soltanto rinviare una resa dei conti necessaria. Quando, per evitare la bancarotta dell'Italia, l'Europa ci ha accolto nella moneta unica, togliendoci però i tre paracadute della svalutazione, delle industrie di Stato e del ricorso al debito pubblico, è arrivato il momento della verità. In questo senso il declino era in preparazione da molto tempo. Né oggi si riesce a vedere quali possano essere i rimedi: il tema evidentemente va ripreso.
Secondo punto: non c'è dubbio che quando parliamo di declino, non si intende davvero pensare che possano tornare nel nostro Paese la fame, la malaria, l'emigrazione di massa verso l'estero, tutti fenomeni che fortunatamente hanno caratterizzato altre epoche della nostra storia, e che certamente non torneranno più. Sia pure a fatica, la crescita continuerà, e ciò significherà un miglioramento, anche se assai modesto, del nostro tenore di vita. Ma in un mondo in tumultuosa espansione non mi pare questo un gran motivo di conforto.
Dicembre 2003

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