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Nasce a Milano la Terza Repubblica?
Milano, venerdì 16 dicembre 2005 Cronaca dell'incontro
Intervento di Enrico Cisnetto, presidente di Società Aperta Nella mia veste di fondatore e presidente di Società Aperta, il mio compito è di raccontarvi quale è il ruolo di questo movimento politico e di come Milano può essere il laboratorio di quello che abbiamo chiamato con uno slogan la Terza Repubblica. Io vi dirò in breve come e perché nasce Società Aperta, Angelo Pappadà parlerà in particolare della situazione di Milano.
Società Aperta nasce dalla volontà di alcuni amici di porsi il problema di un paese che inesorabilmente è scivolato verso un declino non solo economico e sociale, ma anche civile e culturale. Amici che sono stanchi alla politica come scontro ideologico quando le ideologie sono morte, una classe dirigente non all'altezza delle questioni epocali che sono di fronte a noi e che fa fatica a comprendere un paese e ad indirizzarlo verso un progetto di rilancio. Società Aperta parte dal presupposto che declino economico e decadenza politica sono due facce della stessa medaglia e pensa che fare politica non sia solo acquisire il consenso, ma anche e soprattutto governare il paese. Io ho avuto la ventura di conoscere la politica negli anni '70 con Ugo La Malfa, il quale mi ha lasciato l'idea che un politico deve essere in grado di indirizzare e guidare il Paese.
Oggi l'idea della politica come sondaggio, e promesse non ci appartiene. Quando 13 anni fa è caduta la Prima Repubblica c'erano grandi aspettative: meno partiti, più governabilità. In questi anni ci siamo ritrovati con una moltiplicazione di soggetti politici, coalizioni che si formano con il tutti dentro per arrivare al 51% e poi si scontrano una volta al governo. E' impossibile pensare che si rilanci un paese che è stato estraneo alle due grandi rivoluzioni (globalizzazione e rivoluzione tecnologica), deve ora darsi un ruolo in un mondo che è cambiato e che non ci può consentire di fare quello che facevamo prima. Abbiamo bisogno di un nuovo modello economico, di un nuovo Welfare, di trasformazioni epocali che non possono venire dalla politica. Il nostro sistema politico ha dimostrato di non saper governare perché c'è stata una stabilità fittizia, sia con il centro-sinistra che con il centro-destra. La stabilità senza governabilità rimane dannosa. Società Aperta ha elaborato una serie di analisi e proposte sul sistema economico, criticando il federalismo: la conseguenza delle due grandi rivoluzioni sono velocità (grazie alla rivoluzione tecnologica) e grandi dimensioni (conseguenza della globalizzazioni). L'idea del federalismo (con la riforma del titolo V e la Devolution) è dannosa: il vero federalismo è quello che unisce ciò che è diviso, e quindi riteniamo che siano gli Stati Uniti d'Europa l'obiettivo a cui tendere, non il particolarismo regionale. Così come la legge elettorale, che non ha seguito le esperienze francesi e tedesche (le uniche funzionali), e che si chiama proporzionale pur non essendolo, vista la soglia di sbarramento sia per i partiti che per la coalizione. Società Aperta ha da tempo lanciato la proposta di un'Assemblea Costituente. Proposta che ha due valenze: quella di ricondurre nel giusto ambito una serie di questioni istituzionali che sono state prese a colpi a di maggioranza e l'altra è la valenza psicologica, per dare il senso al paese che occorre girare pagina. Noi abbiamo lanciato l'idea due anni fa, quando c'era il tempo di arrivare alla prossima scadenza elettorale con l'opzione di poter votare per un'assemblea costituente, ma non siamo riusciti a convincere i nostri interlocutori politici a cavalcarla concretamente al di là delle disponibilità di facciata. Lo rilanciamo oggi, perché subito dopo le elezioni ci aspetta l'appuntamento del referendum sulla Devolution. E purtroppo, qualunque sia il risultato ci troveremo nella condizione di dover fare un intervento riparatore. Perché comunque se si voterà no, e quindi per eliminare la legge attuale ci ritroveremo con la riforma del titolo V. Credo che la città di Milano potrebbe esser il luogo adatto per rilanciare questo tema, per creare un Movimento per l'Assemblea Costituente. Abbiamo lavorato perché ci fosse una posizione terza alle prossime elezioni, sia nel perimetro della politica sia al di fuori (cioè con i grandi interessi del paese), per indurre un offerta politica che dia significazione allo slogan "Né con Prodi né con Berlusconi". Necessario per uno spariglio delle carte e per chiudere l'esperienza di questa Seconda Repubblica che non funziona per avere una Terza Repubblica che preservi il principio dell'alternanza, ma che debba dividersi tra coloro che sono conservatori e i riformisti, tra coloro che pensano che questo paese debba cambiare e ripensare il suo ruolo nella divisione internazionale del lavoro. Per far questo occorre ridisegnare la geografia politica e che si esca dalla palude che si è creata in questi anni, attraverso la politica delle città e degli enti locali, che vanno ridisegnati con una impostazione meno ottocentesca del nostro stato. Dalle città può nascere qualcosa di diverso. Milano può essere l'occasione per fare quel che a livello nazionale non si è riusciti finora a fare? L'impressione è che le candidature non vadano in questa direzione: sono figlie del presente sia per i nomi che per le modalità. Ma di questo vi parlerà Angelo Pappadà.
Intervento di Angelo Pappadà, Società Aperta Milano
Società Aperta nasce intorno a due considerazioni: quella del declino economico e sugli esiti della Seconda Repubblica. Milano è la città dove è nata la Seconda Repubblica, dove si è sviluppata Mani Pulite, e dove è iniziato il terremoto che ha fatto crollare i partiti ed è nato Silvio Berlusconi. Gli esiti di questa trasformazione non sono positivi: Milano è una città ferma, soprattutto dal punto di vista delle idee, dei progetti, nella quale si sono specchiati i difetti del declino. Un passaggio di leadership dal profitto produttivo alla rendita, una città nella quale la capacità di iniziativa latita. Si era detto che bastava l'amministratore di condominio, ma non è così. E così è arrivato l'indebolimento dell'iniziativa politica, dove le forze politiche mostrano debolezza e incapacità di iniziativa politica. Le candidature e le modalità con cui sono arrivate le candidature stesse riflettono la crisi politica: non è opportuno che il prefetto faccia il candidato sindaco, e d'altra parte rimane l'attesa per un programma, per le cose che si propongono per la città. C'è stata la "sondaggite": si chiedeva di far nascere il programma in base alle richieste delle categorie. Non è questa la nostra idea. Dall'altro lato c'è un candidato di grande appeal, che sarebbe riduttivo definire la continuazione del berlusconismo, più che altro ne è un superamento per certi versi. Ma anche qui ci attendiamo di vedere un programma che convinca. SA è comunque terza rispetto alle parti in casa, di un terzismo che comunque vuole scendere in campo e preparare un'offerta politica alternativa. E per questo dobbiamo fare proposte, per distinguerci dal chiacchiericcio. Milano è scettica, non vuole occuparsi di politica: ma questo nasce dall'insoddisfazione, e perciò dobbiamo impegnarci per far tornare la partecipazione a Milano.
Intervento di Chiara Moroni, Deputata del Nuovo Psi e Capolista alle Europee nella Circoscrizione Nord-Occidentale
Ringrazio per l'invito e credo che sia fondamentale aprire un circolo a Milano.
La Seconda Repubblica ha fatto nascere un bipolarismo bastardo (parola che mi è in qualche modo familiare): questo aggettivo è il migliore per definire un sistema politico assente, sia nelle città che nello Stato.
Quello che ha colpito l'Italia non è stato un evento traumatico, ma un lento declino a causa della mancanza di riferimenti e di strategia politica: le vicende economiche e finanziarie di questi giorni ne sono l'esempio. La nascita della Seconda Repubblica non ha determinato la nascita di una nuova classe dirigente, ma la morte del pensiero politico. Per colpa di una mancanza di strategia, di proposte, di elaborazione. Credo che la modifica del sistema elettorale, per quanto imperfetta, sia un elemento di grande novità e che cerchi di porre la parola fine sulla Seconda Repubblica. Certamente, è estremamente parziale. Io sono una sostenitrice accanita del modello tedesco, ma il sistema istituzionale e la legge elettorale non sono due cose distinte, anzi: il sistema tedesco è il più adeguato anche alla storia politica dell'Italia, sia per la parte federale che per la legge elettorale. Ritengo comunque che questa legge possa essere positiva, perché ha creato un punto di rottura rispetto al passato. Certamente va migliorato, ma credo che politicamente e culturalmente il fatto di aver introdotto una legge proporzionale sia un fatto politico importante. Ora sta a noi declinare il pensiero terzista in una logica che possa alimentarsi del sistema proporzionale per creare il cambiamento. Milano è una città difficile e complessa: le candidature di oggi non incarnano quel sistema bipolare, ne rappresentano la coda in qualche modo. Così può nascere la Terza Repubblica, Milano può esserne il laboratorio, e credo che questo non necessariamente si debba concretizzare nel terzo polo, ma anche solo in termini di ricerca e condivisione di ragionamenti e nel superamento della logica apolitica e di negazione della politica stessa che è il ruolo dei partiti. Io sono una sostenitrice del ruolo dei partiti nella società anche se si debbono riformare e riuscire a coinvolgere la società civile. Ma non ci sono altri strumenti adeguati per rispondere alla necessità di elaborazione e di proposta politica. Nella prossima legislatura, poi, si può arrivare a una scomposizione e ricomposizione di questo sistema per poter ritornare al primato della politica.
Intervento di Bruno Tabacci, presidente Commissione Attività Produttive Camera dei Deputati
Fra poco ci sarà il referendum sulla riforma costituzionale adottata dal Parlamento in questa legislatura. E ritengo che la posizione di Società Aperta, che unisce il no alla riforma costituzionale agganciandola alla proposta di un'Assemblea Costituente, sia davvero interessante. Afferma il principio che la Costituzione si può cambiare e che forse si deve cambiare, ma va cambiata con dei meccanismi consoni e non con l'art. 138. La Costituzione è il risultato di un equilibrio molto delicato e questo approccio andrebbe mantenuto. L'esperienza federale, dove si è concretizzata è sempre stata un processo per unire, non certo per dividere. L'esperienza federale belga, dove vi è stata la distinzione fra fiamminghi e valloni non sta dando dei grandi risultati. In Italia dovremmo tener conto del fatto che abbiamo bisogno di una base amministrativa efficiente, di uno stato più leggero, ma il principio dell'unità nazionale deve ormai essere raccordato all'interno del quadro europeo. L'unica idea federale da portare avanti è quella del Federalismo Europeo. Potrei aiutare Società Aperta trovando amici e personalità disposti a firmare la proposta. Ho seguito la discussione incentrata sui temi che giustamente Società Aperta ha portato avanti in questi anni: la fine della Prima Repubblica, il prevalere dell'antipolitica, il ruolo dei partiti e la loro trasformazioni in comitati elettorali, le lezioni dirette e la personalizzazione della politica. Gli esiti paralizzanti di questi fatti combinati insieme, hanno portato a schieramenti che hanno una natura prevalentemente elettorale, tanto che la funzione della politica viene posta sempre più sullo sfondo. Dopo le politiche del 2006 i problemi attuali si riproporranno ancora più aggravati. E' evidente che c'è stato l'esaurimento di tutta una serie di impostazioni che partivano dal presupposto che doveva esserci una democrazia più decidente, una stabilità più sicura. Tutte cose assolutamente desiderabili, ma che hanno portato ad una stabilità formale e ad una democrazia incapace di decidere qualunque cosa. Negli ultimi 10 anni non siamo riusciti a fare una riforma strategica, al di là dell'entrata nell'euro. La conseguenza è stata il confronto con nuovi problemi, perché oggi l'euro è diventato un vincolo e la politica monetaria non è più uno strumento da utilizzare, come lo sono state le svalutazioni competitive in passato. Ovviamente non si deve tornare indietro, ma per stare lì dobbiamo fare delle riforme strutturali che hanno bisogno di un'alta qualità della politica. Penso alla riforma delle pensioni che non viene affrontata in maniera adeguata per una questione di consenso immediato, al tema dell'energia, a quello delle liberalizzazioni. Scelte di questa natura contrastano con un'offerta politica di bassissima qualità. In questo contesto c'è l'esplosione dell'interesse particolare e l'affievolirsi dell'interesse generale. C'è la morte della politica, la sua totale inesistenza, esemlificata nella crisi che ci troviamo davanti. Ciò evidenzia come negli ultimi dieci anni il sistema economico è profondamente mutato. Mentre prima era totalmente dipendente dal pubblico, ora è sganciato dalla politica, totalmente autoreferenziale, eppure così prepotente da pretendere di definire l'interesse generale quando invece scaturisce dalla somma di piccoli interessi. Ci troviamo in una situazione non gestibile da questo bipolarismo. Siamo un Paese allo sbando, incapace di darsi una guida che sia degna di questo nome, che esprime oggi una classe dirigente totalmente inadeguata. Con il travaglio dalla Prima alla Seconda Repubblica si è passati "dal tutto-politica al niente-politica" e ciò ha portato ad una distruzione di risorse e di classe dirigente che oggi si vorrebbe recuperare. All'interno di questo contesto il sindacato e l'associazionismo in genere, hanno gestito i propri iscritti, ma non hanno dato contributi. Ci vorrebbe una classe dirigente che riesca ad alzare il tono del dibattito politico, anche a rischio di un insuccesso elettorale. Io guardo all'esempio israeliano. Sharon sulla questione della pace ha rotto il centro destra , si è collocato al centro e ha fatto l'alleanza con l'esponente del centrosinistra che lo appoggiava in questa operazione. In Italia non ci sono questi leader. Il dibattito di questi giorni è vergognoso. Nel frattempo c'è l'euro, dobbiamo recuperare quote di mercato, efficienza, ma non ci sono le condizioni per farlo. Dobbiamo continuare in una forte azione di denuncia. La forza delle cose costringerà anche quelli che fingono di non capire che un paese come il nostro paese non può essere governato così alla lunga. Il nostro blocco ha nella vecchia Europa dei punti di contatto. Penso al fallimento del semestre Blairiano, che aveva acceso molte speranze. Purtroppo si chiude senza grandi cambiamenti e rischiando di far saltare il debole equilibrio costruito intorno alla Convenzione europea. Questi non sono discorsi semplici da fare e forse manca la spinta ideale che ci muoveva un tempo. Ringrazio Società Aperta per le opportunità di dibattito che offre.
Intervento di Salvatore Carrubba, editorialista e direttore strategie de Il Sole 24 Ore
Sono in larga misura d'accordo con il lavoro di Enrico Cisnetto, anche se con qualche riserva. Cominciamo dai punti comuni. Innanzitutto la preoccupazione per la situazione politica, economica e finanziaria del paese. Quello che succede in questi giorni denota un degrado della credibilità del nostro paese, che avrà di sicuro ripercussioni gravi. Sicuramente condivido il giudizio sulla mancanza di una classe dirigente seria, che non si è voluta formare in questi anni. Devo dire che il problema della classe dirigente non è soltanto italiano, ma europeo: non mi pare che in Francia e Germania stiano tanto meglio. Ci troviamo di fronte a una grande crisi del modello europeo, e mentre prima avevamo una locomotiva a cui agganciarci, ora non ce l'abbiamo più. Non c'è leadership, ma losership in Europa: e c'è l'esigenza di ricostruire una classe dirigente, innanzitutto mettendo i partiti di fronte alla propria responsabilità e poi cercando la partecipazione della società civile, che in altri tempi si era appannata. Io sono anche d'accordo sul ruolo della politica e sulla sua importanza, però riconoscendo alla politica la capacità di fare programmi e governare nell'interesse generale. L'elemento forte di divergenza con Società Aperta è che io non sono per niente d'accordo con la legge elettorale approvata. Credo che sia un grave errore il ritorno al proporzionale, perché riporterà la frammentazione che avevamo salutato con il maggioritario. Bastava eliminare lo scorporo per garantire massima funzionalità al maggioritario: ora ci saranno molti più poteri di veto di prima.
Aggiungo anche che la stabilità non solo c'è stata, ma questo governo le leggi che voleva fare (la Cirielli, la Salva-Previti), le ha fatte. Milano offre comunque una situazione interessante: si è incantata troppo nell'anti-politica, e anche queste candidature ne sono l'espressione. Si parla di liste civiche per i due schieramenti: bisogna vedere se ci riusciranno, visto che Formigoni è stato bloccato. Ma se si ritiene che la lista civica sia solo uno specchietto per le allodole, si fallisce. La Lista Civica deve rappresentare delle famiglie politiche (il filone liberal-socialista, ad esempio), che non sono rappresentate a Milano, che sono orfane. Dopo le primarie, si dovrà vedere se a Milano ci sono le condizioni per fare una lista politica terza: dobbiamo attendere febbraio, ma già oggi tutta una serie di istanze politiche non sono rappresentate né dal centrodestra che dal centrosinistra.
Luigi Corbani, direttore generale della Fondazione Orchestra Sinfonica e coro sinfonico Giuseppe Verdi
Il problema di rimettere le cose a posto in questo paese è quanto mai urgente. Non sto parlando di eroi personali, né di Fazio né di Fiorani, ma trovo un po' strano che si discuta di Fazio che ha favorito una cordata o l'altra quando un Pm può decidere il CdA di una banca. Oggi si discute di una legge sul risparmio in Parlamento quando ci troviamo in una situazione nella quale i Poli, che esistevano nella Prima Repubblica, non ci sono più. Ora al massimo ci troviamo davanti a comitati elettorali, che vanno avanti senza programmi. Anche a Milano è così. Nella Terza Repubblica sono per introdurre una regola: chi perde le elezioni deve scomparire dalla scena politica, visto che si sceglie tra persone. Prodi e Berlusconi, a me non va nessuno dei due: perché rappresentano una parte della Prima Repubblica, e non la migliore. La politica è un'altra cosa: questi sono comitati elettorali in cui vince la frammentazione e il particolarismo, e nei quali alla fine vincono gli estremismi di una parte e dell'altra. Qualunque partito della Prima Repubblica era portatore di una visione generale. Oggi ditemi se questo c'é: basta vedere le elezioni nei comuni, dove i consigli non contano nulla. Oggi non c'è stabilità di governo: basta prendere l'elenco delle crisi che hanno provocato i cambi di ministri per rendersene conto. Su tutti i grandi problemi, quelli che richiedono un paese attrezzato alle sfide internazionali, cosa stiamo facendo? La Tav, i rifiuti, le centrali elettriche: diciamo No a tutto, senza se e senza ma. Ma non è un problema di candidati, ma un lavoro di fondo che bisogna fare per cambiare la cultura e l'approccio verso i problemi. La riforma elettorale poteva essere fatta solo con un atto amministrativo che avrebbe spezzato due collegi elettorali (Roma e Milano), per ridurre il sistema politico a 5 partiti. Si sarebbe dato così anche grande potere all'esecutivo, senza arrivare al proporzionale. Ci sono anche alcune questioni che si devono affrontare: dal '92 è sparito dal vocabolario politico il termine 'lottizzazione'. Prima si usava a piene mani, ora è scomparso. Ma succedono cose straordinarie: a capo dell'Enel è stato messo uno che si è contraddistinto nella battaglia contro il nucleare, Chicco Testa. Nel frattempo si è fatta l'operazione Wind. Vorrei sapere quanto è costata al contribuente. E intanto niente infrastrutture, niente autostrade, niente di nulla: solo insulti. Nel frattempo nella città più sviluppata del paese, voi provate a chiedere una linea telefonica: io ci ho messo sei mesi per avere l'Adsl funzionante... Il destino industriale di questo paese dov'é? Chi affronta questo problema, da una parte o dall'altra? Bisogna riportare la politica al centro di questo paese. Una politica che sappia guidarci in un confronto europeo. Qui si cerca solo di distruggere quello che ha fatto il governo precedente.
Intervento di Fulvio Giacomassi, segretario generale Cisl Milano
Ci sono grandi cambiamenti, determinati dalla globalizzazione che facciamo fatica a governare. E infatti la politica non è stata in grado di dare delle risposte. Ma è un dato di fatto che ci sia bisogno di più politica. La questione è: quale politica? Il tema non è solo quello di discutere se la politica debba essere rappresentata dal bipolarismo e dal proporzionale, ma di far dialogare la politica con la società. Questa è la grande differenza tra la Prima Repubblica, dove i partiti tradizionale avevano la capacità di far partecipare la società, e la Seconda Repubblica, che ha sopperito più ad un'esigenza di rappresentanza che sulla capacità di fare. E se la politica pensa che il mondo finisca nelle coalizioni che la rappresentano, sbaglia. Il rischio è che si arrivi ad un crollo della rappresentanza. Per dare solo un esempio: si è passati dall'industria al terziario, è scomparsa la borghesia illuminata e anche la classe operaia. In mezzo a questi cambiamenti, le parti sociali hanno gestito il tutto senza grandi conflitti.
Il dovere della politica è quello di includere, far dialogare le parti sociali. Milano può rappresentare un polo di innovazione (già in parte lo è), ma si può crescere solo se lo sviluppo è accompagnato dal lavoro: altrimenti non ce la si fa. L'associazionismo di fronte a questi cambiamenti non è declinato: la Cisl ha a Milano 150 mila iscritti, i tre sindacati ne hanno mezzo milione, e questo significa che la gente, di fronte a questa frammentazione, ha bisogno di associarsi per dialogare.
Chi si sfiderà per fare il sindaco deve quindi porsi questo problema, facendo capire il livello di coesione e partecipazione della società che intende adottare. Credo che la Moratti corra il rischio di pensare che basta fare un patto con i poteri forti per governare Milano, e Ferrante di diventare prigioniero della coalizione che rappresenta. E sarebbe un peccato. Ci vuole un progetto per Milano, ma un progetto anche per le associazioni. Altrimenti è difficile pensare di poter dare delle risposte positive partendo da qui alla crisi della politica.
Intervento di Riccardo Pugnalin, Segretario Generale Fondazione Operandi
Da troppo tempo ormai quando si è trovata una proposta concreta, un progetto valido, lo si è trovato fuori dai partiti politici, il cui ruolo è ridotto a quello di grande comitato elettorale.
Io non ho posizioni teologiche nei confronti dei sistemi elettorali che si sono sovrapposti in questi ultimi dieci anni. Se osserviamo le diverse competizioni elettorali (amministrative, comunali, regionali, provinciali, europee) ci rendiamo conto di avere un sistema elettorale diverso in ogni occasione, una foresta inestricabile che è il segnale della grande confusione che attraversa il paese.
Trovare un posizione netta, chiara in questa crisi sistemica, mi sembra davvero difficile. Per questo valuto positivamente lo sforzo fatto da Società Aperta, che andrebbe trasferito nei luoghi che ci appartengono, facendo in modo che tornino ad essere luoghi della politica, di sintesi contro quello che in questi anni si è visto esprimere da entrambi gli schieramenti: da una parte, la demagogia e l'ipocrisia e dall'altra, l'antipolitica. Un luogo terzo. Quello che appartiene a quella categoria di persone sensibili anche se con radici ed esperienze diverse, ma che hanno un unico approdo possibile, il luogo della concentrazione, della sintesi, dell'espressione del primato della politica per governare. In questo senso mi trovo in disaccordo con Salvatore Carrubba che ha espresso come luogo migliore per fare politica quello del maggioritario che abbiamo avuto in questi anni, non distinguendo fra decisionismo e governabilità, ossia la capacità di governare cui noi tutti dobbiamo tendere. Né si può rinunciare alla governabilità a favore della stabilità, che comunque ci è stata offerta in misura maggiore dal maggioritario. E restano comunque sul tavolo diversi problemi: crisi del sistema culturale e della classe dirigente, assenza della politica...
A Milano non possiamo pensare alle scelte fatte nelle ultime tre legislature come esempi di governabilità. Sono stati esempio di maggioranze bulgare, spesso in disaccordo con i desideri della città. La scala di Milano, ad esempio, è stato un incidente drammatico su cui è caduto il decisionismo di un sindaco che si è fatto forte di questo sistema.
16 dicembre 2005

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