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Le ragioni del proporzionale
di Cosimo
Rodia
Desidero argomentare su una campagna che ho avviato
con altri amici e che non porta a nessuna medaglia o a nessuna occupazione
del potere, se non ad un riscatto della coscienza civile, che chiede
ragione della deriva imboccata dalla democrazia italiana.
Il riferimento è alla raccolta di firme per la Petizione Popolare,
avviata ufficialmente il 3 luglio '04 a Carosino (Ta), da inviare ai
Presidente delle Camere del Parlamento delle Repubblica, per chiedere
l'abrogazione dell'attuale sistema elettorale e una nuova Legge informata
al principio proporzionale.
Alcuni cittadini, nell'essere sollecitati a firmare la Petizione, hanno
commentato sbrigativamente che la voglia del proporzionale è
più un desiderio maldestro di ritorno al passato; e non hanno
firmato. Come se il passato fosse il male assoluto da cui rifuggire,
quantunque il presente si delinei più fosco di quanto memoria
non ricordi.
Il problema è, allora, ragionare senza pregiudizi. E faccio una
panoramica del recente passato (anche se politicamente sembra remotissimo)
per capire cosa è successo, come e quando l'attuale realtà
politica si è delineata così come la conosciamo.
Parto dal 1992, ideale linea di demarcazione tra passato e presente.
I magistrati della procura di Milano avviano nel febbraio una serie
di inchieste giudiziarie ('Mani pulite') sul perverso intreccio tra
politica e imprenditoria. A farne le spese, uomini politici (perseguiti
chi giustamente, ma anche tanti ingiustamente, vedere l'ultimo libro
del ministro Giovanardi) e con essi i partiti di riferimento.
Nel 1993, sull'onda degli scandali, dell'azione dei giudici e di una
facile tendenza alla criminalizzazione, si svolge il referendum che
abroga il finanziamento pubblico ai partiti.
A scuotere ulteriormente il sistema politico è la nuova riforma
elettorale, la legge 277/'93, quella in vigore per intenderci, nata
con diversi obiettivi: si vuol evitare il voto di scambio e altri tipi
di brogli legati alle preferenze, quindi si elimina il voto di preferenza
per i candidati alla Camera dei deputati.
Col sistema maggioritario uninominale si vuol dare più rilevanza
alla figura dei singoli candidati, limitando, di converso, il ruolo
dei partiti.
Sempre nel '93, sull'onda lunga di un riformismo antipartitocratico,
è varata la nuova legge elettorale per le elezioni comunali,
che non solo estende il sistema maggioritario uninominale a tutti i
comuni, ma stabilisce l'elezione diretta del Sindaco, il quale a sua
volta ha mani libere rispetto alle segreterie politiche dei vari partiti.
Tutto è in fermento e tutti sono pronti a puntare l'indice contro.
E si producono cambiamenti epocali.
Nel 1994 si scioglie la Democrazia Cristiana, (nel 1992 aveva il 29,7
% dei suffragi), frammentandosi nei piccoli PPI, CCD, CDU. Lo stesso
anno si sciolgono lo storico PSI, il PSDI e il PLI. Nascono: Alleanza
Nazionale (dall'evoluzione del MSI) e Forza Italia di Berlusconi.
Il revisionismo aveva toccato già il vecchio PCI, che scioltosi
nel febbraio 1991, aveva dato vita al PDS, da cui s'era staccata la
minoranza rivoluzionaria, dando vita al Partito della Rifondazione Comunista.
(Ovviamente c'era alle spalle la caduta del muro di Berlino e la frantumazione
dei regimi comunisti nei paesi dell'est).
Si è arrivati, dunque, allo stato attuale, con la nuova geografia
politica, con la nuova formula del 'bipolarismo' (conseguenza diretta
della legge elettorale maggioritaria), creduta la panacea di tutti i
mali. Infatti, avrebbe dovuto guarire una politica malata (corrotta);
avrebbe dovuto ridurre il numero dei partiti (visti come la fonte di
tutti i mali); avrebbe dovuto avvicinare gli eletti agli elettori; avrebbe
dovuto diminuire i poteri delle oligarchie partitiche.
Tanti buoni propositi che, a dieci anni di distanza, possiamo dire tranquillamente
frustrati. Si è compiuto l'errore, (e con il senno di poi lo
si può affermare con certezza), di buttare a mare oltre all'acqua
sporca anche il bambino.
La moralizzazione è passata attraverso lo smantellamento del
'vecchio' (così veniva apostrofato il sistema che ha fatto crescere
l'Italia repubblicana) in maniera indiscriminata, per un nuovismo poggiato
sull' ingegneria istituzionale e su altre alchimie avulse dalla cultura
e dalla tradizione nazionale.
Intanto i partiti si sono moltiplicati, a seguito di una frammentazione
determinata probabilmente da un 'cesarismo' dilagante. Il 'capobastone'
si è sentito legittimato, (sconfitto in qualche confronto) a
dar vita a una formazione individuale (e coltivare il proprio giardino).
Le oligarchie politiche col sistema maggioritario hanno preso il sopravvento,
in una politica televisiva e verticistica. La logica della 'coalizione'
ha schiacciato i partiti, ha imposto che forze politiche si accorpassero
con non poche forzature, perché non sempre omogenee tra loro.
Niente di nuovo, dunque, sul fronte occidentale. Anzi, se si aveva la
velleità di curare il 'malato', si dovrà prendere atto
che la terapia l'ha reso agonizzante. Nessuno si chiede quale sia la
qualità della nostra democrazia. L'astensionismo, a quanto pare
non sembra un campanello d'allarme. Il Presidente della provincia di
Milano è stato eletto con un astensionismo del 47%, e applicando
l'aritmetica sul responso delle urne si conclude che è stato
votato da un quarto degli aventi diritto. Il livello del consenso, non
può non essere oggetto di riflessione. E pure la partecipazione
langue. In democrazia vale certamente il consenso, ma ad attribuirle
qualità è la partecipazione, e il fatto che risulti annacquata
è sintomo di una malattia profonda.
E veniamo alla terapia. Fino a quando non si partoriscono altri istituti
capaci di promuovere la partecipazione e il senso della vigilanza civile,
il Partito rimane ancora lo strumento su cui puntare: filtro, attualmente
ineguagliabile, tra società civile e le istituzioni; luogo forte
di studio, di proposta, di partecipazione e organizzazione del consenso
(su una linea politica), di formazione e preparazione della classe dirigente.
E affinché si crei lo spazio politico entro cui i partiti possano
svolgere il compito assegnato dall'art. 49 della Costituzione, è
necessaria una nuova legge elettorale, capace di mettere l'elettore
nelle condizioni di votare per il proprio partito. Una legge che tenga
conto del principio proporzionale è essenziale perché
ognuno si senta motivato a concorrere nel determinare 'la politica nazionale',
secondo il proprio bagaglio culturale, ideale, politico. Sono le condizioni
per stimolare l'impegno diretto, la passione, la militanza e frenare
il ripiego nel privato. E' falsa, inoltre, l'equazione "caduta
del comunismo=caduta delle ideologie=politica aideologica e senza partiti".
Il liberismo, la democrazia solidale, lo statalismo: propongono modi
diversi di organizzare lo Stato, e su queste diversità poggia
la ratio dei partiti (altro che superati!). Ecco la ragione della proporzionale,
la cui riproposizione non è una battaglia di retroguardia (come
semplicisticamente è apostrofato da qualche buono di spirito),
ma una risposta ragionata alla deriva della democrazia.
(30/07/2004)

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