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La (s) premiata ditta Di Pietro & Occhetto di Davide Giacalone
Di Pietro ed Occhetto ammiccano ai passanti, sporgendosi da grandi manifesti
che incollano al muro la prova della loro sconfitta. Ci si domanda solo
perché essi stessi vogliano mettere il dito, la mano ed il braccio nella
piaga della loro disfatta.
Il primo deve la sua fama all’avere contribuito a smantellare il sistema di
finanziamento dei partiti politici. Quando ancora esistevano, quando non
erano ancora stati trasformati, anche grazie a lui, in comitati elettorali e
congreghe personali e con questi, esisteva una democrazia non
trasformista. Dall’opera di demolizione fu escluso il partito comunista
italiano (ed il movimento sociale), ancora allora finanziato con dollari
sporchi di sangue, provenienti da una potenza militare nemica dell’Italia,
della democrazia e della libertà.
L’allora procuratore inquisì, se ben ricordo, la sorella di Occhetto. Ma lo
fece con garbo, con rispetto dei diritti dell’indagato. Come sempre si
sarebbe dovuto fare, e come, invece, mai si fece in altri casi. L’idea era
forse quella d’approdare ad una repubblica populista, con il procuratore
illetterato a far da garante della sconosciuta legalità. Si sarebbe, forse,
presentato con la Mercedes, con le scatole di scarpe piene di soldi, con gli
appartamenti del comune avuti in uso, e con le mille altre pendenze di un
indimenticato folklore. Ottenne, invece, nel brodoso e maleodorante calore
di quegli anni, le offerte della destra e della sinistra, per poi passare al
ridicolo dell’alleanza con l’uomo cresciuto con il più partito dei partiti,
il più illecitamente finanziato.
Il secondo ebbe il merito di capire che il mondo nel quale era cresciuto non
esisteva più. Non lo rinnegò, non ammise alcun errore rilevante, non fece
alcun esame di coscienza, non provvide ad alcun aggiornamento programmatico,
ma cambiò nome. Di recente ha anche cambiato modo di vestire, cercando di
somigliare ad un monaco rinnegato.
Pensò di arrivare al governo baciando la moglie in modo imbarazzantemente
falso, cercò poi di consolarsi pubblicando memorie lacrimevoli. Pensa
ancora che verrà il giorno della vendetta, ma da dedicare non alle forze
della reazione, bensì ai compagni di partito che gli diedero un calcio nel
sedere. Tipico livore da parenti serpenti.
Così si ritrovano fianco a fianco: il destrorso di sempre e l’ingraiano di
sempre. Testimonianza vivente, loro, il manifesto, l’alleanza, della
grandezza di Petrolini, e del suo Gastone, con il guanto a penzolone...

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