Perché va riformata
la legge elettorale
di Cesare Greco

I freni dell'automobile governativa sembrano definitivamente rotti. Chi la guida non appare più in grado di deciderne l'andatura, e cerca di evitare un rovinoso impatto correggendo la rotta a colpi di volante. Soprattutto non rassicura più i passeggeri. Le forze politiche della maggioranza sembrano aver accettato l'idea di uno scioglimento anticipato delle camere e cercano di posizionarsi in vista dell'imminente, lunga, campagna elettorale. La sinistra, a sua volta, vede sgretolarsi l'unità del Polo e, presa dall'euforia di una possibile rivincita, sembra dimenticare le divisioni politiche sostanziali presenti al suo interno. Sono messaggi pessimi per il futuro del Paese e, soprattutto, non lasciano intravedere una prospettiva di miglioramento della capacità di governo e di ricostruzione di un'economia prossima al disastro. Tutto ciò mantenendo le attuali regole.

L'esperienza dei governi che hanno segnato il cammino di questa Seconda Repubblica ci dice che, contrariamente alle attese, l'assurdo sistema elettorale maggioritario-mezzoproporzionale italiano non solo non è stato in grado di eliminare i partitini, ma ne ha accresciuto il numero e il potere di veto spostandolo verso le estreme. Risultato: neanche con le più larghe maggioranze parlamentari possibili e le più forti leadership si riesce a costruire una politica coerente. Di conseguenza, anche l'attuale bipolarismo, speranza di governabilità e alternanza, appare in crisi. Il dibattito, o meglio lo scontro tra le forze politiche si esaurisce all'interno dei poli evidenziando un'allarmante disomogeneità di visioni politiche e strategiche che danno vita a continui tentativi di cannibalizzazione tra i cosiddetti alleati.

Tra i due poli non esiste alcun dibattito. Maggioranza e opposizione non danno vita ad alcun confronto dialettico, concime politico di ogni democrazia. Semplicemente non si parlano se non per scambiarsi insulti, sciocche e deprimenti battute, o blandire quella forza della coalizione avversa che, alternativamente nelle diverse contingenze, appare più critica nei confronti della propria alleanza. In sostanza, è come se un muro dividesse la politica in Italia. Non è un muro ideologico e a ben vedere non si comprende neanche perché alcuni stiano da una parte e non dall'altra. Eppure il muro appare alto e solido, tanto da impedire qualsiasi dialogo tra coloro i quali pure sono nelle immediate vicinanze dello stesso e non alla periferia dei rispettivi territori. E' stato tirato su mano a mano che la crisi della politica si è sviluppata a partire dagli anni Novanta ed è stato rafforzato dal reticolato di un sistema elettorale che, come spesso succede in un paese come il nostro in cui l'astuzia supera di gran lunga l'intelligenza, nato da un'esigenza sacrosanta di stabilità di governo, ha finito per creare una condizione di coma politico stabile.

Per molti questo muro è una creatura antropomorfa e assume le fattezze di Berlusconi, la cui caratura politica riceve in tal modo un'incommensurabile sopravvalutazione, cosa che semplifica enormemente il lavoro di chi non riesce a produrre idee e progetti in grado di attrarre per ciò che sono.

Noi non crediamo nell'antropomorfismo di questa divisione artificiosa quanto netta e riteniamo il capo del governo sia niente altro che un attore, di rilievo indubbiamente, ma un attore della commedia italiana, in grado peraltro di sfruttare al meglio la posizione in cui si è ed è stato messo. Noi crediamo che questo muro abbia origini diverse e complesse e nasca da una crisi, generata da una serie di avvenimenti traumatici, che hanno finito per annichilire un'intera classe politica, e i meccanismi di selezione della stessa, che 50 anni di storia repubblicana avevano prodotto.

Il problema di fondo, evidenziato soprattutto in questa legislatura, nasce dal fatto che sono emerse differenze e conflittualità all'interno dei due schieramenti, di centro-destra e di centro-sinistra, ben superiori e ben più profonde di quanto non siano le differenze tra i gruppi contigui, ovvero più vicini al centro dell'arco parlamentare, dei contrapposti schieramenti. Eventi traumatici, come la grave crisi internazionale e l'attacco del terrorismo islamico o come la finalmente acquisita consapevolezza del declino italiano (che Società Aperta, da sola, denunciò oltre un anno orsono), hanno messo in evidenza una pericolosa incompatibilità di posizioni tra forze alleate.

Appare dunque indispensabile buttare giù al più presto questa artificiosa separazione, mentale forse prima che reale, e ridare vita ad un dibattito che stabilisca nuove regole condivise per uscire dalla crisi e consentire la formazione di alleanze governative omogenee, attraverso la frantumazione degli attuali schemi. E una reale trasformazione della politica passa necessariamente attraverso la modifica del sistema elettorale. Tale modifica appare vitale per quelle forze che di più faticano a mantenere salde le ragioni della loro attuale appartenenza e vedono, di giorno in giorno, rafforzarsi quelle componenti del loro schieramento che bene sfruttano, attraverso il ricattatorio diritto di veto che l'attuale bipolarismo consente, una forza altrimenti marginale.

Andare alle urne con le attuali regole non garantirebbe alcun governo omogeneo al paese e lo costringerebbe a prolungare una condizione di incertezza, sia in politica interna che internazionale, esiziale per l'economia e il vivere civile.

Non riteniamo di dovere, al momento, addentrarci nella discussione se sia meglio un proporzionale con sbarramento almeno al 5% o la formula del doppio turno alla francese. Dove adottati i due sistemi hanno mostrato entrambi di garantire governabilità, alternanza e una corretta dialettica parlamentare. Riteniamo, però, che il tempo corra veloce e con esso la crisi del paese. Dunque è indispensabile scegliere, e in fretta.