Centrosinistra, il dilemma continua
di Beppe Facchetti

Nel centrosinistra, continua il tormentone Di Pietro si-Di Pietro no. Dopo il sospiro di sollievo per la decisione della Consulta che ha disinnescato la bomba referendum, cresce la propensione a "perdonare" l'ex eroe di Mani Pulite, e ammetterlo ai fasti della lista unica.
Nel frattempo, Di Pietro è diventato anche il capo dei "girotondi" (che peraltro secondo Galli della Loggia, valgono al massimo l'1-1,5% in termini elettorali), e alla loro recente Assemblea, pur spiazzandosi un po' a vicenda, Fassino e Rutelli hanno fatto vaghe e paludose promesse.
Più astuta ancora l'antica e cinica saggezza democristiana dei Mancino e dei Mattarella che ha dato il via libera, nella convinzione che sarà comunque lo stesso Di Pietro a non accettare. Ma tutta la faccenda, fin dall'inizio, è stata un festival di ipocrisia. Dietro la facciata di un no all'"Italia dei valori", motivato dallo scarso tasso di riformismo di questo movimento, la vera sostanza del dibattito è un'altra, e si chiama "questione socialista".
La lacerazione che ha portato una consistente eredità del craxismo a destra, fa indubbiamente un certo scalpore, anche fuori dall'Italia. con un De Michelis ridotto al ruolo di suggeritore non ascoltato, ombra del politico di razza che è stato tra i modernizzatori più coerenti e risoluti della prima Repubblica, nonché un Ministro degli Esteri colto, informato, ben lontano dalla politica attuale delle "pacche sulle spalle".
Se ne rende conto certamente il cosiddetto nuovo PSI, che - quando è messo alle strette sul fatto di essere l'unico socialismo a destra nel mondo - parla di provvisorietà e di stato di necessità.
Ma il fatto è che il popolo socialista, anche quello rimasto a sinistra, attribuisce le proprie disgrazie innanzitutto al vecchio PCI ma soprattutto all'epopea di "Mani Pulite", e questa brillante operazione "riformista" ha un nome e un cognome: Tonino Di Pietro, entrato in politica all'insegna di un italianissimo "togliti tu che mi ci metto io":
Come non capire dunque le difficoltà politiche, culturali e persino psicologiche di Boselli, che Di Pietro lo può tollerare come vicino di casa, ma non lo vuole nel trilocale riformista? Ma non è un problema solo di bottega. Un po' tutta la democrazia italiana dovrebbe onestamente interrogarsi sull'opportunità di aiutare Borselli a recuperare un socialismo democratico che manca nel nostro Paese, e che non può essere rappresentato - anche in Europa - solo dall'indubbio rinnovamento DS, che ha però un'altra provenienza, un altro dna.
Che poi il tasso di riformismo dell'Italia dei valori sia di assai incerta determinazione è pur vero, ma come si fa - onestamente - a sottoporre i partiti all'esame finestra, come se fossero panni lavati col detersivo?
La verità è un'altra, e cioè che se si vuole riconciliare il grande mondo socialista, perché possa dare, come deve, un contributo autentico al riformismo, occorre che il partito che è sopravvissuto alla Grande Catastrofe senza ricorrere alle sovvenzioni da Forza Italia, torni ad avere credibilità presso un popolo disorientato e soprattutto arrabbiato. Ma con gesti che non siano schiaffi in faccia. E non siano ipocriti.

16/01/04