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Boffo (Avvenire) ad Affari: nuovo Centro? Mah...
"L'Iraq? Ruini ha usato le parole giuste nel luogo giusto. Il binomio è pacificazione di tutte le zone in guerra attraverso la sconfitta del terrorismo. L'Italia è un bersaglio sensibile e non cesserebbe di esserlo ritirando i soldati". Il direttore dell'Avvenire, Dino Boffo, in un'intervista ad Affari parla a ruota libera della crisi internazionale e della svolta di Fini ("E' un fatto importante, ma evitiamo visioni provinciali. Non aveva bisogno di una legittimazione democratica fuori dal nostro Paese"). Sul centro di Martinazzoli-Mastella: "Noto come il bipolarismo e l'alternanza siano entrati nel costume degli italiani assai più e assai prima di quanto lo prevedessimo...". E svela le mosse del suo giornale...
Il nuovo centro di Martinazzoli e Mastella ha un futuro o al bipolarismo non c'è alternativa?
"Non so pronunciarmi su quello che fatalmente conosco ancora poco. E il ruolo dei partiti, il loro destino, il loro futuro lo determinano gli elettori più che noi opinionisti, che possiamo essere bellamente sconfessati".
Però...
"Noto che il bipolarismo e l'alternanza siano entrati nel costume degli italiani assai più e assai prima di quanto lo prevedessimo. Condivido l'opinione di chi dice che c'è un'area di scontenti, di inquieti, di insofferenti rispetto a questo sistema. E che in quest'area ci siano anche dei cattolici. Non so quanti, ma certo ci sono e denunciano un disagio di questo maggioritario tenaglioso che pizzica senza impostare dei problemi in maniera convincente per questi cittadini. Mi pare, tuttavia, che quest'area sia oggi più circoscritta rispetto a dieci anni fa (biennio '93-94)".
La svolta è stata nel passato decennio...
"Certo che se si fosse voluto dare una risposta piena a costoro, non c'era altra via che tenersi terzi. Tenere, cioè, una posizione deliberatamente terza rispetto alle due coalizioni, facendo di volta in volta delle alleanze di programma. A seconda di chi, da destra o sinistra, poteva offrire elementi di compatibilità maggiori. E non procedere con accasamenti definitivi, con matrimoni indissolubili. Dal momento che i popolari hanno scelto di andare definitivamente nel centro-sinistra e che da loro si è staccata una costola per finire nel centro-destra, trovo che cambiare schema adesso sia abbastanza arduo. Diverso sarebbe stato dare un altro tipo di impostazione all'inizio del processo. Ma ora, a macchina in corsa e collaudata, è difficile imporla. Poi, comunque, dipenderà dagli elettori dare eventualmente il successo all'eventuale nuovo centro. A me pare che il gusto dell'alternanza, mettere alla prova chi dice di avere idee per il Paese, si vada radicando".
Qual è il ruolo dei cattolici nei due poli?
"Trovo che debbano competere di più a campo aperto dentro i due grandi schieramenti. Il fatto di avere questi due contenitori è una garanzia, ma anche un rischio. Non bisogna che questo diventi un ghetto. Bisogna che si mettano in campo per la conduzione dei rispettivi schieramenti. E' il momento di persuadere anche chi non è militante cattolico, anche rischiando in proprio. E' nel gioco della politica. Mi auguro di vedere dei cattolici più persuasivi che preoccupati di autogarantirsi. Ci si garantisce giocando all'attacco più che in difesa".
Casini nel dopo Berlusconi?
"Non tocca a me fare nomi. Ma i cattolici devono assumere ruoli di leadership per capacità di persuasione, non per imposizione".
Avanti col maggioritario, dunque?
"Alla radice dei nostri problemi c'è il bisogno di valorizzarlo e di portare a completamento le riforme, perché questo maggioritario sia un impianto sensato dal punto di vista politico-istituzionale. Ma questo sistema non si riallacci a quello che è un costume storico del nostro Paese, la forte divisione tipo Guelfi e Ghibellini. Non vedo futuro in un Paese spaccato nei costumi, nella mentalità e nel senso di appartenenza alla collettività. Il maggioritario deve restare un metodo politico, ma non può diventare un modo per spartirsi alla radice le coscienze. Si deve lavorare sulla capacità di fare squadra tutti insieme. Insomma, non vorrei che tutte le volte sembri uno Stato nascente, una rivoluzione dal basso. Tutte cose che contrastano con la modernità e con la voglia degli italiani di andare avanti con le conquiste ottenute. E non di lavorare sempre in mezzo ai ruderi...".
Come ha visto la svolta di Fini?
"E' un fatto obiettivamente importante. Non tanto perché un leader politico italiano avesse bisogno di una legittimazione democratica fuori dal nostro Paese. Sarebbe una visione un tantino distorta e forse anche provinciale. Ma, certamente, quel viaggio gli ha dato una capacità di interlocuzione internazionale. Questa patente, il viaggio in Israele, poteva dargliela e gliel'ha data. Questo, insieme al modo in cui si è giocato nella vicepresidenza della Convenzione Europea. Comunque, avere più leader a tutto tondo nei due schieramenti è un potenziale interessante per i vertici della Chiesa italiana".
Come ha visto la nuova linea dei vertici della Chiesa dopo l'attentato in Iraq?
"Io non vedo, onestamente, una nuova linea, se intendiamo Chiesa italiana e Vaticano. Se leggiamo con attenzione gli interventi del Papa, da gennaio a oggi ha sempre detto "no al terrorismo e no alla guerra". Oggi, questo messaggio ha avuto un'evoluzione in rapporto allo scenario che è mutato. Perché, nonostante gli auspici, la guerra c'è stata. Ora la si definisce finita, ma c'è un dopoguerra più duro di quel che si poteva prevedere, al punto che qualcuno non considera il conflitto terminato. Si deve continuare a lavorare per la pacificazione e la lotta al terrorismo".
Già, ma le dichiarazioni coraggiose di Ruini hanno diviso il mondo cattolico...
"Le sue parole le condivido, come gran parte dell'opinione pubblica italiana. Vorrei dire di più. Per l'Italia, l'attacco di Nassiriya è stato considerato come uno dei momenti più acutamente delicati del dopoguerra. In un momento così delicato, Ruini ha usato le parole giuste nel luogo giusto. Certo che quelle frasi non vanno interpretate da sole, perché la sua era un'omelia di tre cartelle rispetto a un discorso su pace e terrorismo che lui sviluppa dall'11 settembre.
Il binomio è pacificazione di tutte le zone in guerra attraverso la sconfitta del terrorismo. E' un dovere che sentiamo rispetto al terrorismo interno, e così deve essere anche per quello internazionale. Perché l'Italia è un bersaglio sensibile e non cesserebbe di esserlo ritirando i soldati. Noi, geograficamente e storicamente, siamo un Paese proiettato verso il Mediterraneo. Non possiamo giocare a fare gli adolescenti e a non accettare la realtà dei fatti. Dobbiamo decidere da che parte stare. Noi siamo per la pace nel Mediterraneo e per la lotta al terrorismo, che è il nemico più subdolo per gli Stati e le popolazioni".
3 dicembre 2003

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